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Novembre 2009

Quei neuroni «copioni» che aiutano i ciechi ad imparare

La conferma da una ricerca italiana. Che ora apre nuove frontiere...

SI CHIAMANO «SPECCHIO»
 E SONO ATTIVI ANCHE NELLE PERSONE NON VEDENTI DALLA NASCITA

PISA – Mentre la comunità scientifica continua a interrogarsi e dividersi sull’esistenza dei neuroni specchio, una ricerca italiana appena pubblicata dal Journal of Neuroscience, una delle riviste scientifiche più prestigiose al mondo, non solo conferma la loro esistenza, ma dimostra per la prima volta che i neuroni specchio sono presenti anche nei ciechi.

NEURONI CHE COPIANO - Secondo gli scienziati possono essere definiti «specchio» quei neuroni che si attivano non solo quando un individuo compie un'azione, ma anche quando la stessa viene terminata da un altro soggetto e tra i due nasce un’empatia comunicativa. Dunque, i neuroni specchio avrebbero un ruolo fondamentale nell'apprendimento attraverso l'imitazione e il loro studio aprirebbe nuove frontiere. Adesso la nuova ricerca, condotta dall’università di Pisa e dal Cnr (Laboratorio di Biochimica Clinica dell’ateneo pisano diretto dal professor Pietro Pietrini in collaborazione con la cattedra d Psicologia Clinica del professor Mario Guazzelli) apre nuove strade anche nello studio delle funzioni cognitive dei non vedenti che in futuro potrebbero avere anche applicazioni pratiche, nel lavoro e nella didattica.

FORME DI APPRENDIMENTO - «Utilizzando la risonanza magnetica funzionale – spiega il professor Pietrini - abbiamo dimostrato che il sistema dei neuroni specchio si attiva anche in individui privi della vista fin dalla nascita. Questi soggetti ascoltano il suono di azioni (suonare il campanello, piantare un chiodo, bussare alla porta, tanto per fare alcuni esempi) e nel loro cervello hanno una risposta simile di neuroni specchio a quella dei soggetti vedenti che ascoltano e vedono le stesse azioni». Insomma, secondo lo studio dell’Università di Pisa, il sistema dei neuroni specchio non avrebbe bisogno dell'esperienza visiva per svilupparsi e funzionare. «E ciò porta a dimostrare che l'apprendimento e il riconoscimento delle azioni degli altri – spiega Emiliano Ricciardi, uno degli scienziati pisani del team di ricerca - non dipende esclusivamente dall'esperienza visiva ma può avvenire attraverso altre modalità sensoriali utilizzando le stesse strutture del cervello». Questo, secondo i ricercatori, spiegherebbe perché individui privi della vista sin dalla nascita riescono ad interagire in maniera efficace con l'ambiente che li circonda. «In più il nostro studio dimostra – spiega ancora Pietrini - come il nostro cervello sia organizzato in maniera sopramodale, in altre parole sia in grado di elaborare le informazioni a prescindere da una specifica modalità sensoriale».

http://www.corriere.it/scienze_e_tecnologie/09_agosto_05/neuroni_specchio_ricerca_universita_cnr_pisa_7dd596f2-81e4-11de-8a09-00144f02aabc.shtml
 

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Settembre 2009

Un Dono Strappato … e un Sogno Ritrovato

http://www.genitronsviluppo.com/2009/09/24/lotus-birth/ 
di Araceli de la Parra


Mi occupo di sostenibilità e sono incinta di 8 mesi al terzo bambino, irresponsabilità o estremo ottimismo, non ho ancora deciso. Nei miei piani: un parto in casa e la pratica del Lotus Birth. Quando penso al parto ancora una volta sfido ostinatamente una realtà schiacciante e opprimente, semplificando: chi di voi pensa “parto = dolore, angoscia, preoccupazione, ospedale, medico, paura, ansia” per poi magari arrivare alla parte dove visualizzate un bambino e aggiungere “gioia”. Adesso vorrei capire chi di voi pensa “parto = opportunità di crescita, emozione, intensità, soddisfazione, fiducia, conoscenza profonda, gioia, beatitudine”, credo che abbiate capito … Purtroppo la stragrande maggioranza delle persone (soprattutto donne) associa il parto alla prima modalità, come donna e come mamma, questa e’ una cosa che mi rattrista profondamente e che credo rifletta in maniera piuttosto chiara il perché ci troviamo qui, oggi, con tutte le problematiche che affrontiamo per poi magari cercare di capire il cambio di prospettiva necessario per un “evoluzione della nostra specie”.

• Lothus Birth

Con l’arrivo della rivoluzione industriale arriva anche il parto medicalizzato in ospedale, la scoperta e l’utilizzo del forcipe e altri interventi che hanno fatto del medico il protagonista di questa esperienza che fino ad allora era stata prevalentemente femminile (natura). La donna in questo modo è stata strappata (sì è lasciata strappare, forse lo ha perfino desiderato) di uno dei suoi doni più meravigliosi e dalla sua fiducia in se stessa, nel suo corpo e dalla sua sintonia con esso per affrontare questa esperienza di incredibile crescita personale.

Subito dopo il parto abbiamo il taglio del cordone, prassi ovunque accettata … e perché? Uno si potrebbe chiedere, visto che non esiste motivo per tagliarlo tranne una sorta di “comodità” (parola che ormai è diventata sinonimo di anestesia, un’anestesia mortale a volte voluta e a volte imposta) e invece se lasciato, a breve procura molti benefici per il neonato sia fisici che psicologici e qui entriamo in argomenti negati da ogni scienza moderna occidentale. E’ possibile che il fatto che esistano malattie psicosomatiche sia ormai riconosciuto eppure la componente “psiche” ed “energia” in tutti i processi biologici venga completamente sottovalutata o addirittura scartata o relegata all’esoterismo?

Cosa mi dite sull’intuizione, l’istinto, quel linguaggio senza parole tra voi e il vostro compagno con cui siete più in sintonia, quello che per “coincidenza” vi fa pronunciare le stesse parole nello stesso istante? La lista è lunga… e io posso solo dire che sono contenta almeno di trovare chi continua le sue ricerche su questi argomenti anche se nella mia vita quotidiana mi trovo davanti visi perplessi e confusi quando ne parlo. E’ questo il nostro lavoro. Seguiteci in questa continua scoperta …

Tempo

Sono tornata dal “tunnel” e la mia bellissima bambina è ogni giorno più vicina a questo nostro mondo, è nata in casa con una “lotus birth”, il tempo ha rallentato, i ritmi sono diversi e io cerco di conciliare la mia voglia di rallentare e di godere questi momenti con quella di mettermi all’opera con tutto quel da fare infinito che c’è. E rifletto quante volte la gente dice “non ho tempo”, non hai tempo? Ma quanto tempo hai? Sei sicuro di poterlo contare? E per che cosa lo usi? Il tempo è tanto relativo come le percezioni che ognuno può avere, ha cosi tante sfumature come il grigio delle città e siete tutti coscienti che a volte un secondo sembra durare un’eternità e dieci anni un secondo. E molte invenzioni di oggigiorno per rendere la vita più “comoda” ci convinciamo (o ci convincono) sono per risparmiare tempo, ma per che cosa? Per godersi la vita? Che cosa vuol dire per te godere della vita? Forse non soffrire? E non “soffrire” forse vuol dire non fare cose noiose come lavare i piatti? O non fare sforzi come spostarsi con le proprie gambe? Ed ecco che arriva la anestesia …

Forse Jose Arguelles ha ragione, forse il nostro problema è proprio la nostra percezione del tempo che si riflette in un calendario errato e non in sintonia con la natura e i suoi ritmi, o forse è la nostra idea di VITA, la nostra paura del dolore cosi chiara come la donna che sta per partorire e preferisce l’anestesia per non “sentire” … senza però rendersi conto che il “dolore” ha una sua funzione vitale che fa si che l’esperienza della nascita sia cosi intensa, cosi unica come l’incontro fra la vita e la morte, il contrasto più forte e atroce che si possa percepire e poter assistere in questo mondo e ciò per cui vale la pena vivere. Se non ci fosse dolore come conoscere il piacere? Piacere che si manifesta anche nelle piccole cose come il dolce e il salato, il buono e il cattivo, la fatica ed il riposo, sporco e pulito e cosi via… non credo di aver scoperto il filo nero, sono cose che tutti sappiamo, ne parlano canzoni, libri, poesie antiche e moderne, ovunque… e quindi? perché chiediamo ancora l’anestesia?

Per approfondimenti sulla pratica dell' Lotus Birth rivolgersi a www.casamaternita.it

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Maggio 2009

La felicità corre sull'onda

Secondo una ricerca, lo stato emotivo di una persona può dipendere dalle esperienze

emotive di altre persone che neppure si conoscono

La "felicità" è un fatto collettivo, ed è in grado di diffondersi come un'onda nella propria rete sociale, molto di più della tristezza: è questo il risultato di uno studio condotto da ricercatori della

Harvard Medical School e dell'Università della California a San Diego, che lo illustrano in un articolo pubblicato sul "British Medical Journal".

"Abbiamo scoperto che il vostro stato emotivo può dipendere dalle esperienze emotive di persone che neppure conoscete, che sono a due o tre gradi di separazione da voi", osserva Nicholas Christakis, che con James Fowler ha diretto lo studio.

Per oltre due anni, Christakis e Fowler hanno analizzato i dati del Framingham Heart Study (uno studio sui problemi cardiovascolari ancora in corso iniziato nel lontano 1948) per ricostruire il contesto sociale in cui sono immerse le persone e analizzare i rapporti fra rete sociale e salute. Nel loro esame dei dati hanno però trovato una incredibile quantità di informazioni: per 4739 persone vi erano documentazioni di nascita, matrimoni, divorzi, morte, risalenti fino al 1971, oltre che informazioni su amici,colleghi di lavoro, vicini, alcuni dei quali casualmente anch'essi partecipanti allo studio. In questo modo sono riusciti ad analizzare l'impatto di 50.000 eventi sul gruppo, e osservare come si propagavano le ondate di felicità e tristezza.

Sfruttando il fatto che i partecipanti allo studio avevano periodicamente compilato il Center for Epidemiological Studies Depression Index, un test relativo allo stato psicologico dei soggetti, i ricercatori hanno scoperto - per fare un esempio - che quando un soggetto diventa felice, un amico che viva entro un miglio di distanza ha un aumento del 25 per cento della probabilità di diventare felice anche lui. La cosa più sorprendente è però che questo contagio si ripercuote al di là delle relazioni dirette. Nell'esempio precedente, anche un amico di quell'amico vede aumentare del 10 per cento le proprie probabilità di felicità, e al terzo grado di separazione c'è ancora un incremento di probabilità del 5,6 per cento.

"Abbiamo scoperto che mentre tutte le persone sono al massimo a circa sei gradi di separazione, la nostra capacità di influenzarle sembra ristretta a soli tre gradi", dice Christakis. "Rispecchia la differenza fra la struttura e la funzione della rete sociale."

Questi effetti sono peraltro limitati nel tempo e nello spazio: quanto più un amico è vicino, tanto più forte è il contagio emotivo, che peraltro si indebolisce col tempo, con una vita massima di un anno.

La tristezza, invece, sembra diffondersi in maniera molto meno efficace. (gg)

FONTE : http://lescienze.espresso.repubblica.it/

HTTP://LESCIENZE.ESPRESSO.REPUBBLICA.IT/ARTICOLO/LA_FELICITA_CORRE_SULL_ONDA/1334120

 

 

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Maggio 2009

Contagiatemi di felicità

Dallo studio Framingham, uno dei caposaldi della moderna epidemiologia, abbiamo imparato quasi tutto quello che oggi sappiamo sulla relazione tra stili di vita e malattie cardiovascolari. Ora dobbiamo agli abitanti di questa famosa cittadina statunitense anche il segreto della felicità: circondarsi di persone felici.
Oggi è uscito, sul British Medical Journal, uno studio longitudinale su quasi 5.000 soggetti seguiti per oltre 20 anni in modo indiretto (ovvero attraverso le loro cartelle cliniche che contengono anche una valutazione psicologica periodica con scale per la depressione). Obiettivo: scoprire se la felicità può diffondersi da persona a persona e, soprattutto, come si formano i cluster di persone felici. Una sintesi dello studio la trovate su questo stesso sito.
Gli studi sulla felicità, dicono gli autori, si sono finora concentrati sugli aspetti socioeconomici e genetici, ma non sugli aspetti relazionali. Inoltre diverse ricerche hanno dimostrato che le emozioni sono contagiose, ma nessuno si è chiesto se esiste un “network della felicità”, ovvero se questa emozione (e il suo inverso, ovvero l’infelicità) si può trasmettere anche in modo indiretto (per esempio se la mia felicità può contagiare l’amico di un mio amico).

Le conclusioni sono curiose e, soprattutto, importanti anche dal punto di vista sociale, perché affermano che la felicità è un’emozione che si distribuisce secondo la logica del network, e che si presenta in cluster di individui legati tra loro fino a tre gradi di separazione. Se guardate l’immagine che ho caricato dal BMJ, l’idea risulterà più chiara. Il grafico in alto rappresenta la situazione del gruppo esaminato nel 1996 e quello in basso l’evoluzione nel 2000. Ogni nodo rappresenta un individuo (tondo per le donne, quadrato per gli uomini). Le linee tra i nodi indicano la relazione (nere per i familiari, rosse per amici e partner). Il colore del nodo indica il grado di felicità (blu i più tristi, verde tendente al giallo i più felici).
Quindi un determinante chiave della nostra felicità è la felicità di chi ci sta vicino. Gli stati emotivi si trasferirebbero da un individuo all’altro attraverso la mimica, specie quella facciale. In gioco ci sono i soliti neuroni specchio, non a caso coinvolti nelle percezioni delle emozioni degli altri veicolate attraverso il movimento .
Quel che colpisce, del modello messo a punto sugli abitanti di Framingham, è che in base a un algoritmo e conoscendo il mondo relazionale di un individuo è possibile predire chi sarà felice negli anni a venire e chi no.
Inoltre le persone felici tendono a essere naturalmente il centro del loro cluster relazionale, e questo, dicono gli autori, confermerebbe il ruolo dell’evoluzione in tutta la faccenda (dato che siamo animali sociali, mettiamo al centro della nostra rete chi ci può apportare benessere). Inquietante, invece, il fatto che la felicità non è solo funzione dell’esperienza individuale o delle nostre scelte, ma è una proprietà del gruppo. Se a questo fatto sommiamo i risultati di tutti gli studi sui determinanti genetici del benessere psicologico, non ci rimane molto nelle mani…

Poiché la felicità è un elemento che influenza in modo sostanziale lo stato di salute (anche secondo l’OMS), il British Medical Journal si chiede se non debba essere un dovere sociale quello di favorire questo contagio (che farebbe risparmiare un sacco di soldi ai sistemi sanitari nazionali ) .
A mio avviso, il punto critico dell’analisi è proprio la definizione di felicità: se fosse così semplice da misurare (ovvero solo come assenza di depressione o comunque di umore sottotono), sarebbe falice farci tutti felici (magari con un pillolone!). Inoltre la significatività statistica del risultato è un tantino bassa (vedi più sotto gli intervalli di confidenza).
Rimane il fatto che, qualsiasi cosa abbiano valutato, chi ci sta intorno influenza la nostra vita,: un amico che abita a 1,5 Km da noi ed è felice aumenta la nostra probabilità di felicità del 25 per cento (con un intervallo di confidenza al 95% un tantino elevato, da 1 a 57 per cento). I partner felici la incrementano dell’8 per cento (ma con un IC 95 da 0,2 a 16 per cento), i nostri allegrissimi vicini di casa del 34 per cento (IC 95 tra 7 e 70 per cento!). Vabbé, accontentiamoci, anche perché un dato scientificamente sicuro c’è: i nostri colleghi non ci infleunzano per niente, anche se passiamo otto ore al giorno con loro. Magia del posto di lavoro, che funziona da schermo antifelicità meglio dello scudo spaziale.
 

http://ovadia-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/category/felicita

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Marzo 2009

Consapevolezza delle emozioni e dipendenza da internet

CyberPsychology & Behavior ha presentato uno studio dal titolo (tradotto) "Alexitimia e la sua relazione con le esperienze dissociative e la dipendenza da Internet in un campione non clinico"

L’alexitimia è la difficoltà a comprendere, a differenziare e comunicare gli stati emozionali. Non è considerata una condizione clinica, ma un tratto della personalità, condiviso da circa il 7% della popolazione, con una leggera prevalenza di soggetti maschili. Il termine è relativamente recente, essendo stato coniato da Peter Sifneos nel 1973. Questi soggetti di solito hanno una vita fantasiosa carente, poca intuizione e una scarsa capacità introspettiva. Una delle caratteristiche predominanti a livello relazionale è un’altrettanto scarsa capacità di rapportarsi emotivamente con il prossimo in quanto incapaci di vedere in sé e negli altri le sfumature emozionali al di là di quelle grossolane quali "benessere" o "malessere".

Come spesso succede nel campo della psicologia e della psichiatria, le interpretazioni sulle cause della alexitimia si dividono in chi ritiene che i fattori genetici e neurochimici siano predominanti e in chi invece ritiene che le cause siano da trovarsi nei fattori psicologici (ad esempio, esperienze emotive troppo intense che hanno portato a difendersi da queste, oppure una mancanza di riconoscimento delle emozioni del figlio/a da parte dei genitori).

Un’altra caratteristica degli alexitimici è l’attenuata capacità di controllo degli impulsi, tanto che alcuni scaricano la tensione degli stati interiori sgradevoli con atti compulsivi quali l’abuso di cibo o di sostanze oppure tramite comportamenti sessuali distorti.

Gli autori dello studio, Domenico De Berardis, Alessandro D’Albenzio, Francesco Gambi, Gianna Sepede, Alessandro Valchera, Chiara M. Conti, Mario Fulcheri, Marilde Cavuto, Carla Ortolani, Rosa Maria Salerno, Nicola Serroni e Filippo Maria Ferro, hanno lavorato su un campione di 312 studenti, identificando i fattori associati con i rischi di sviluppare la dipendenza da Internet. E’ stato rilevato che gli alexitimici avevano più esperienze dissociative, una minore autostima, più disturbi di tipo ossessivo-compulsivo e un maggiore potenziale di sviluppare la dipendenza da Internet. In particolare, lo studio ha rilevato che la difficoltà nell’identificare le emozioni è associata in modo significativo con un rischio più elevato di sviluppare la dipendenza da Internet.

Questo studio ci mostra l’associazione tra un mondo emotivamente impoverito e la dipendenza da Internet. Anche se non era oggetto dello studio, ritengo che la dipendenza si potrebbe manifestare anche tramite altri media quali la televisione o i vari gadget presenti nella nostra vita. Dipendenza da tecnologie ed impoverimento emotivo sono a mio parere codipendenti. Se è vero che l’alexitimia promuove la dipendenza, l’uso eccessivo di tecnologie a sua volta porta ad una vita emotiva "di seconda mano" e una disconnessione dal luogo in cui si attivano,si riconoscono e maturano le emozioni, ovvero il corpo e le relazioni vive.

L’incapacità nell’identificare le emozioni significa maggiore rischio di dipendenza. Questo mi porta ad osservare che la mancanza di consapevolezza delle nostre emozioni (e della vita interiore in generale) ci porta ad agire meccanicamente ed a diventare servomeccanismi della tecnologia.

Se non comprendiamo ciò che proviamo, se non ci ascoltiamo, di conseguenza non ci conosceremo e la nostra vita dipenderà dagli stimoli esterni da cui ci faremo catturare ripetutamente. Quindi la nostra identità dipenderà dagli input esterni poiché non ne avremo altra a parte quella con cui ci specchiamo nella Rete.

La consapevolezza delle nostre emozioni è un processo tanto del corpo quanto della mente, mentre l’uso di Internet ci limita ad una sfera mentale che ci allontana dal rapporto con il corpo, rendendo ancora più distante la presa di coscienza delle emozioni.

La poca vita introspettiva dell’alexitimico è una condizione che viene provocata oramai in tutti coloro che vivono in un flusso ininterrotto di informazioni, portando l’attenzione solamente su input che provengono dall’esterno. La vita interiore e le capacità introspettive si impoveriscono sempre più e spostare l’attenzione dall’esterno all’interno è sempre più difficile. E’ necessario uno sforzo cosciente per il "ricordo di sé", per usare un termine caro a Gurdjieff.

La consapevolezza delle emozioni inoltre previene le esperienze dissociative tipiche degli alexitimici perchè ci tiene con i piedi per terra e ci "ancora" al corpo. Da sempre, la "tecnologia" migliore per l’espansione della consapevolezza delle emozioni e non solo, è la meditazione, dove il flusso delle informazioni viene solamente testimoniato, reso consapevole e non agito. E non cliccato.

Ivo Quartiroli

Ho pubblicato questo articolo originalmente sul blog di Enzo Di Frenna.

http://www.indranet.org

http://www.indranet.org/awareness-of-feelings-and-internet-addiction

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gennaio 2009

UNO STILE DI COPPIA EVOLUTO

Dichiarazione matrimoniale

“(Officiante): ‘Neale e Nancy non sono venuti qui stasera per fare una promessa solenne o per scambiarsi un voto sacro. Sono qui per rendere pubblico il loro amore l’uno per l’altra, per dare risalto alla loro verità. Per dichiarare la loro scelta di vivere e crescere insieme, con il desiderio che tutti noi ci sentiamo partecipi della loro decisione, rendendola così più potente.
Neale e Nancy sono venuti qui stasera anche con la speranza che il rituale del loro legame avvicini di più tutti noi. Se siete qui con un coniuge o un partner, fate che questa cerimonia vi rammenti il vostro legame d’amore.
Iniziamo con la domanda: <Perché sposarsi?> Neale e Nancy hanno già dato una risposta a questa domanda e me l’hanno comunicata. Ora glielo chiederò di nuovo, in modo che possano essere sicuri della loro risposta, certi della loro comprensione e fermi nel loro impegno verso la verità che condividono.
(L’officiante prende due rose rosse dall’altare…)
‘Questa è la Cerimonia delle Rose, in cui Nancy e Neale si scambiano le loro decisioni.
Ora, Nancy e Neale, mi avete detto che il motivo per cui vi sposate non è il bisogno di sicurezza…
… Che l’unica vera sicurezza sta nel non possedere e nel non essere posseduti…
… Nel non esigere e nel non avere aspettative, nel non avere neppure la speranza che l’altro ci dia ciò di cui sentiamo di avere bisogno nella vita…
… E nel sapere che tutto ciò di cui abbiamo bisogno, tutto l’amore, la saggezza, l’intuizione, il potere, la conoscenza, la comprensione, la compassione e la forza, risiede dentro di noi…
… Che nessuno di voi due si sposa con la speranza di ottenere queste cose dall’altro, ma sperando di poterle donare, in modo che l’altro le abbia con un’abbondanza ancora maggiore.
Questa è la vostra intesa stasera?
(Gli sposi rispondono : <Sì>.)
‘Neale e Nancy, mi avete detto di essere fermamente decisi a non entrare in questo matrimonio con l’idea di limitare, ostacolare o controllare l’altro, impedendogli di esprimere e celebrare ciò che è la vostra parte migliore e più elevata, l’amore per Dio, per la vita, per la gente, la creatività, il lavoro o qualunque altro aspetto della vita che vi rappresenti in modo autentico e vi dia gioia. Questa è ancora la vostra ferma decisione, stasera?
(Gli sposi rispondono : <Sì>.)
‘Infine, Nancy e Neale, mi avete detto che non considerate il matrimonio come una fonte di obblighi, ma piuttosto di opportunità…
Opportunità di crescere, esprimervi, di elevare le vostre vite fino alla più alta potenzialità possibile, di cambiare ogni falso pensiero o idea limitante che abbiate mai avuto riguardo a voi stessi, e di riunirvi con Dio attraverso la comunione delle vostre due anime…
Questa è davvero una Santa Comunione… Un viaggio attraverso la vita con una persona che amate come un uguale, condividendo equamente l’autorità e la responsabilità inerenti a ogni associazione, dividendovi equamente ogni fardello e ogni gloria.
E’ questa la visione con cui desiderate entrare?
(Gli sposi rispondono : <Sì>.)
‘Ora prendete queste rose rosse, simbolo della vostra comprensione individuale delle cose terrene. Simbolo del fatto che conoscete e accettate la vita nel corpo fisico e all’interno della struttura fisica chiamata matrimonio. Adesso scambiatevi le rose, intendendo con questo che condividete tali accordi, tali intese con amore.
‘Ora, per favore, ciascuno di voi accetti una di queste rose bianche, simbolo della comprensione più vasta, della vostra natura spirituale e della vostra verità spirituale. La rosa bianca rappresenta la purezza del vostro Vero Sé e la purezza dell’amore di Dio, che splende sopra di voi ora e sempre.
(L’officiante porge a Nancy la rosa con l’anello di Neale sullo stelo, e a Nelae la rosa con l’anello di Nancy)
‘Quali simboli portate come ricordo delle promesse fatte e ricevute stasera?
(Ciascuno di loro toglie l’anello dallo steslo e lo dà all’officiante il quale li tiene in mano dicendo…)
‘Il cerchio è il simbolo del Sole, della Terra e dell’Universo. E’ un simbolo di santità, di perfezione e pace. E’ anche il simbolo dell’eterna verità spirituale, dell’amore e della vita… Che non hanno inizio né fine. E in questo momento Neale e Nancy scelgono che sia anche un simbolo di unione, ma non di possesso, di coinvolgimento, ma non di restrizione. Perché l’amore non può essere posseduto né ristretto e l’anima non può essere intrappolata.
‘Ora Neale e Nancy prendete gli anelli che desiderate donarvi.
(Ciascuno Loro prendono ciascuno l’anello dell’altro.)
‘Neale, ripeti con me: <Io, Neale, chiedo a te Nancy, di essere la mia compagna, mia amante, moglie e amica. Annuncio e dichiaro la mia intenzione di donarti a mia volta l’amicizia e l’amore più profondo, non solo nei momenti più belli, ma anche in quelli difficili… Non solo quando ricorderai chiaramente Chi Sei, ma anche quando lo dimenticherai… Non solo quando agirai con amore, ma anche quando non lo farai… Inoltre dichiaro, davanti a Dio e ai presenti, che cercherò sempre di vedere dentro di te la Luce della Divinità, e cercherò sempre di condividere la Luce della Divinità dentro di me, anche e soprattutto in ogni momento di tenebra che possa presentarsi.
E’ mia intenzione essere con te per sempre in una Santa comunione di Anime, compiendo insieme l’opera di Dio, condividendo ciò che abbiamo di meglio, con tutti coloro di cui tocchiamo la vita.>
(L’officiante si volta verso Nancy.)
‘Nancy, tu scegli di accettare la richiesta di Neale di essere tuo marito?
(Lei risponde: <Sì>.)
‘Nancy, ripeti con me: <Io, Nancy, chiedo a te, Neale…> (Lei recita la stessa formula.)
(L’officiante si volta verso Neale.)
‘Neale, tu scegli di accogliere la richiesta di Nancy di essere tua moglie?
(Lui risponde: <Sì>.)
‘Allora prendete l’anello che intendete scambiarvi e ripetete entrambi con me: <Con questo anello io ti sposo… E prendo ora l’anello che tu mi dai… (Si scambiano gli anelli)… Dandogli un posto nella mia mano (Si infilano reciprocamente gli anelli)… Così che tutti possano sapere e vedere il mio amore per te.>
(L’officiante conclude.)
‘Riconosciamo in piena coscienza che soltanto la coppia può amministrare a se stessa il sacramento del matrimonio, e soltanto la coppia può santificarlo. Né la mia chiesa, né il potere riconosciutomi dallo Stato, può investirmi dell’autorità di dichiarare ciò che soltanto due cuori possono dichiarare, e che soltanto due anime possono rendere reale.
‘Ora, avendo tu, Neale, e tu, Nancy, annunciato le verità che sono già scritte nei vostri cuori, in presenza dei vostri amici e dell’Unico Spirito Vivente, osserviamo con gioia che voi avete dichiarato di essere… Marito e Moglie.
‘Uniamoci in preghiera.
Spirito di Amore e di Vita: tra tutti gli esseri del mondo, due anime si sono trovate. I Loro destini da ora formano un unico disegno, e le gioie e i pericoli saranno condivisi.
‘Neale e Nancy, possa la vostra casa essere un luogo di felicità per tuttii coloro che vi entreranno, un luogo dove il vecchio e il giovane siano rinnovati dalla reciproca compagnia, un luogo di crescita e condivisione, un luogo di musica e risa, di preghiera e di amore.
‘Possano coloro che vi sono vicini essere costantemente arricchiti dalla bellezza del vostro amore reciproco, possa il vostro lavoro essere gioioso e utile al mondo, e possano i vostri giorni sulla terra essere molti e felici.
‘Amen, e amen.’”

Neale Donald Walsch – Conversazioni con Dio, libro terzo – Sperling & Kupfer Editori).

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dicembre 2008

LE 7 RICCHEZZE

RICCHEZZA INTERIORE. Comprende un atteggiamento positivo, un profondo rispetto di sé, pace interiore e un forte rapporto spirituale.
RICCHEZZA FISICA. La salute è la tua maggior ricchezza. A cosa serve dare la scalata alla carriera, se ti ammali mentre lo fai? Che senso ha essere il miglior businessman in una corsia di ospedale? Perché mai essere la persona più ricca del cimitero?
RICCHEZZA FAMILIARE E SOCIALE. Se hai una vita familiare felice, dai migliori risultati sul lavoro. Alla fine della vita nessuno rimpiangerà di avere dato priorità alla propria vita familiare. Allo stesso livello mettiamo l’obbligo di stabilire rapporti profondi con amici e membri della comunità (compresi mentori, modelli comportamentali, consiglieri di fiducia).
RICCHEZZA DI CARRIERA. E’ incredibilmente importante che tu realizzi il tuo massimo potenziale raggiungendo il massimo grado della tua carriera. Il raggiungimento del successo nella tua professione ti mette in uno stato di soddisfazione per il lavoro fatto bene. Ti aiuta a farti strada. Raggiungere la perfezione nel tuo lavoro è fondamentale per la tua dignità.
RICCHEZZA ECONOMICA. Certo, il danaro è importante. Non è la cosa più importante nella vita, ma è molto importante. E’ fuor di dubbio che renda la vita più facile e più gradevole. Il danaro ti consente di vivere in una bella casa, fare delle belle vacanze e provvedere ai tuoi cari. E come disse Yvon Chouinard, fondatore dell’azienda produttrice di abiti per la vita all’aperto: “Più ne guadagno, più ne posso dar via”.
RICCHEZZA DI AVVENTURA. Tutti noi abbiamo bisogno di un po’ di mistero per sentirci realizzati. L’avventura è necessaria per essere felici. Il cervello umano ha fame di novità. Siamo degli esseri creativi, per cui abbiamo un continuo bisogno di creare per essere felici, una gran quantità di avventura (dall’incontrare persone nuove al visitare luoghi nuovi) è un elemento essenziale per un’autentica ricchezza.
RICCHEZZA DI IMPATTO. Il più grande desiderio dell’animo umano è forse di vivere per qualcosa di più grande. Tutti noi aneliamo a essere importanti. A cambiare qualcosa. A sapere che il mondo è in qualche modo migliorato grazie alla nostra esistenza. Pensa a quello che ha scritto Richard Bach: ‘Ecco il test per capire se la tua missione in terra è compiuta: se sei ancora vivo non lo è’”.
 

Tratto da Robin Sharma – LA TUA GRANDE OCCASIONE
 

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novembre 2008

DROGATI DI EMOZIONI

Chi non conosce una persona che potrebbe definire “collerica”? Avrete sicuramente notato che - immediatamente dopo una “crisi di nervi” - questa persona apparirà calma, al punto da indurci a pensare: “Bene, ora si è sfogato! Gli è passata!”.
E, purtroppo, sappiamo anche che questa calma sarà solo momentanea, non durerà che poche ore: la nostra esperienza con questa persona ci dice che, ben presto, la sua mente troverà qualcos’altro da giudicare “sbagliato” e su cui focalizzarsi per dare inizio ad una nuova “crisi”.
La stessa cosa avviene in persone solitamente depresse, tristi, ansiose, paurose - o anche con un costante senso di preoccupazione, di vergogna o con un profondo senso di colpa o di indegnità.
Tutto, nella loro vita, può trasformarsi in qualcosa per cui arrabbiarsi, preoccuparsi, spaventarsi, intristirsi, deprimersi, vergognarsi,… in una sorta di assuefazione ad uno o più “modelli emozionali”, vere “abitudini” negative e distruttive che controllano e dirigono pensieri e comportamenti. “Espressione” non è quindi il contrario di “repressione”: esprimere un’emozione non significa “liberarsene” lasciandola andare… tutt’altro! Se fosse vero, dopo ogni tipo di “crisi” le persone avrebbero lunghi periodi di “immunità” da queste emozioni.
Il parere della neuro-scienza. Il corpo umano è costituito di cellule, ed è una “macchina” che produce proteine. I capelli, la pelle, i muscoli, le ossa, gli enzimi che digeriscono il cibo, i nostri ormoni… sono proteine. Le cellule dei muscoli creano proteine dei muscoli, le cellule delle ossa proteine delle ossa. Sulla superficie delle cellule si trovano delle “porte” attraverso le quali le cellule traggono nutrimento ed informazioni, chiamati recettori.
I “recettori” funzionano meccanicamente, come “chiave e serratura”; essi sono specializzati a trarre nutrimento ed informazioni in modo molto selettivo da nutrienti specifici. Così, abbiamo recettori anche per la rabbia, l’invidia e per qualsiasi stato emozionale. Quando queste sostanze chimiche arrivano all’obiettivo, vi entrano come una chiave nella serratura, e trasmettono la loro “informazione” al nucleo della cellula - e questi “messaggi” possono modificare la cellula in modo sostanziale! Ogni volta che qualcosa nell’ambiente genera in noi uno stato di “stress”, le ghiandole iniziano a produrre svariate sostanze chimiche – a seconda della tipologia dello stress – per fornire al corpo una “carica di
energia” supplementare – l’adrenalina prodotta dalle surrenali per “lotta o fuga” ne è un esempio. L’ipotalamo produce una sostanza chimica diversa per ogni singola emozione, impronte chimiche che corrispondono alla rabbia, all’odio, all’invidia, alla gelosia, all’indegnità… e le trasmette all’ipofisi, che le immette direttamente nel flusso sanguigno. Odio, rabbia, indegnità…. entrano e scorrono nel flusso sanguigno.
L’essere umano non sempre può lottare o fuggire, e tutta quell’adrenalina e tutte quelle altre impronte chimiche entrano nei muscoli e nei tessuti, un “carburante” che non viene utilizzato. Le cellule del corpo si duplicano all’incirca 50.000 volte nell’arco della nostra vita. Duplicandosi, esse si modificano adattandosi all’ambiente. Immerse in un chimismo saturo di certe “emozioni”, e poiché la natura “non spreca nulla”, le cellule svilupperanno sempre più recettori capaci e specializzati nel trarre nutrimento proprio da quel tale chimismo.
Ogni “scarica emozionale” liberata dalle ghiandole andrà in circolo nel nostro corpo nutrendo le nuove cellule “specializzate” per quel particolare “sapore”. Di conseguenza, quando tale “scarica” si esaurirà, le cellule cominceranno ad avere “fame” e, in una sorta di “crisi di astinenza”, lavoreranno sodo per far sì che si generi un’altra “scarica” analoga.
Cominciamo ad associare quella carica (o scarica) di adrenalina a quella spinta, a quella sensazione di essere vivi, a quello stress; e così, lo stress comincia a farci sentire “bene”. Le persone amano il lavoro se è stressante, amano le relazioni se sono traumatiche, amano il lutto benché dia loro così tanto dolore… non sono loro ad amarle, è il loro corpo che le ama. In queste situazioni, le persone ricevono le sostanze chimiche di cui hanno bisogno per sentirsi “vive”. Quello che accade è che il corpo comincia a pretendere sostanze chimiche.
La sofferenza diventa qualcosa che dà piacere, perché porterà un qualche genere di sollievo al corpo, ed anche se per la mente non è piacevole, il corpo viene nutrito dalla chimica di cui ha bisogno. Non è diverso quando smettiamo di fumare, di bere alcool o di mangiare cioccolato. In realtà accade che ne vogliamo addirittura di più.
Per disintossicarsi dalle Tossine Emozionali, quindi, occorre “cambiare dieta” alle nostre cellule, fornendo loro un “nuovo” ambiente emozionale di cui cibarsi; nella loro costante duplicazione, le “vecchie” cellule creeranno “nuove” cellule adattate e specializzate a “nutrirsi” di questa nuova linfa (felicità, gioia, amore, entusiasmo).
Il ciclo vitale di una cellula varia a seconda della sua tipologia: da qualche ora per le cellule del fegato, a una/due settimane per le cellule che costituiscono la pelle, fino alle cellule del cuore ed ai neuroni del cervello con una longevità massima di 11 mesi. (Le analisi ai radioisotopi condotte nei “laboratori del tempo” di Oak Ridge National Lab. (USA) indicano cheogni anno si rinnovano il 98% degli atomi e delle molecole che costituiscono l’organismo.) Così, come si dice che “non è possibile fare due volte il bagno nello stesso fiume” (perché l’acqua scorre e non è mai la stessa), possiamo affermare che “nessuno è mai più vecchio di un anno”, poiché ogni anno non c’è nemmeno più una cellula di quelle che avevamo l’anno precedente: tutte le nostre cellule si sono rinnovate almeno una volta.
Uno dei modi piacevoli e naturale per creare il miglior “ambiente emozionale” possibile è praticare la Respirazione Circolare e Consapevole. E’ provato che la Respirazione Circolare e Consapevole è estremamente potente e può produrre sostanziali cambiamenti nella quantità e nella specie/qualità dei
neuropeptidi rilasciati dal “midollo spinale allungato” in tutto il liquido cerebrospinale, ristabilendo l’omeostasi e l’equilibrio nel corpo.
La maggior parte dei peptidi rilasciati con la respirazione sono le endorfine, sostanze chimiche auto-prodotte dotate di una potente attività analgesica ed eccitante. La loro azione è simile alla morfina e ad altre sostanze oppiacee. L’aspetto più affascinante ed interessante delle endorfine è la loro capacità di regolare l’umore: da un lato aiutano a sopportare meglio il dolore, dall’altro influiscono positivamente sullo stato d’animo.
Hanno dunque la capacità di regalarci piacere, gratificazione e felicità aiutandoci a sopportare meglio lo stress. Ne è un esempio la respirazione del dr. Lamaze, insegnata alle partorienti, con la quale si ottiene un’attenuazione del dolore ed una aumentata consapevolezza. Le “crisi da astinenza” sono assai più facilmente gestibili con l’aumento delle endorfine e con l’attenzione focalizzata sulle sensazioni fisiche – prerogative, ad esempio, di Vivation, una meditazione caratterizzata dalla pratica simultanea dei “Cinque Elementi” che la costituiscono.
Fondamentale, in questo metodo, è sviluppare la nostra capacità di ascoltare le sensazioni corporee per lunghi periodi di tempo (Consapevolezza nei Dettagli, Terzo Elemento), unita all’abilità di “regolare” l’intensità con cui le percepiamo – attraverso l’uso appropriato della Respirazione Circolare (Primo Elemento).
Inoltre, possiamo permetterci di ricevere il massaggio del flusso dell’Energia Vitale all’interno del corpo (Rilassamento Completo, Secondo Elemento) senza bisogno di fare nulla di “giusto” in qualche modo più o meno complicato (è sufficiente la disponibilità, Quinto Elemento).
Essere dipendenti da “qualcosa” – qualunque essa sia, emozioni comprese - mina alla base la nostra autostima facendoci sentire “deboli”: poiché sappiamo che questo qualcosa è “più forte” della nostra volontà e comanda a suo piacere le nostre azioni. Oltre al dilagante senso di impotenza ed alla rabbia che proviamo quando ci accorgiamo che le emozioni scelgono per noi azioni, reazioni e comportamenti, vi sono almeno altri 4 buone ragioni per cui è importante disintossicare il Corpo Emozionale.
La prima è che, “dipendendo” dallo stress, il sistema immunitario viene compromesso. Tra le sostanze chimiche che vengono prodotte dalle ghiandole surrenali ve ne sono alcune, i corticoidi o steroidi, che hanno lo scopo di eliminare il dolore, sono degli antinfiammatori. Così, si riceve una doppia carica: prima una scarica di adrenalina, e poi questo “cortisone” che solleva dal dolore. Ed è noto che troppo cortisone compromette il sistema immunitario.
La seconda è che viene compromessa la digestione. Se il sistema nervoso è sempre sotto stress, quando mangiamo qualcosa arriva poco sangue agli organi interni del metabolismo; tutto il sangue viene mandato alle estremità per la lotta o la fuga. Il problema della nostra cultura non riguarda la disponibilità di vitamine o di sostanze nutritive, ma lo stato in cui siamo quando mangiamo. Se mangiamo e il sistema della lotta o fuga è attivo, quel cibo sarà ben metabolizzato ed assorbito?
La terza è una costante accelerazione del battito cardiaco. Sotto stress, il cuore batte più velocemente, con conseguenti problemi cardiaci e di ipertensione. La quarta è un crollo fisiologico delle giunture, dei tessuti e dei muscoli, con un conseguente sviluppo delle malattie croniche di questi tempi. Quello che accade è che rabbia, invidia, odio etc. riescono ad entrare nelle cellule attraverso i recettori: le stimolano, aprono il DNA e
proiettano la propria immagine. Dopo, il corpo produrrà proteine che avranno dentro di sé rabbia, invidia, odio,… o meglio il codice della rabbia, dell’invidia, dell’odio…
Queste proteine non saranno più le proteine “sane” che producevamo prima, ma saranno modificate.
Gli aminoacidi che compongono le proteine ora hanno proteine delle ossa fatte di rabbia, invidia, odio etc. che si riproducono, quindi sono proteine di qualità inferiore. La qualità, l’espressione delle nostre proteine inizierà una spirale discendente.

 

Letture consigliate sull’argomento: “Molecole di Emozioni – il perché delle Emozioni che proviamo” di Candace B. Pert (1997) – ediz. it. Corbaccio (2000)
Ricevuto da FeedBlitz [feedblitz@mail.feedblitz.com]; per conto di; Innernet [redazione@innernet.it]
Su http://www.innernet.it/drogati-di-emozioni

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ottobre 2008

USARE LA VISUALIZZAZIONE E L’IMMAGINAZIONE

Di tutti gli aspetti della PNL che sono divenuti famosi, l’uso della visualizzazione e delle immagini mentali è uno dei più noti. La PNL, naturalmente, non rivendica di aver scoperto la visualizzazione e le immagini mentali, ma ha dato loro una struttura e ha mostrato come e perché esse funzionino.
Uno dei motivi per cui funzionano così efficacemente è che il cervello usa le immagini come suo linguaggio interno. Infatti, spesso il cervello non conosce la differenza tra un evento reale e una sua visualizzazione molto vivida.
Per esempio, immaginate di succhiare un limone succoso proprio ora. Notate come reagisce il vostro corpo, anche se il vostro cervello lo ha solo immaginato.
Essere capaci di lavorare mentalmente con le immagini di una buona performance, ossia visualizzarla, durante oppure dopo una gara, è un’abilità importantissima. Infatti, Hall, Rodgers e Barr (1990) hanno scoperto che, più il livello della competizione è alto, più gli atleti usano la visualizzazione e l’immaginazione.

“Hai bisogno di dipingere immagini sia per te stesso, sia per le altre persone.”
Kevin Keegan

Qualsiasi visualizzazione efficace includerà ed evocherà i suoni appropriati, le giuste sensazioni (inclusi movimenti muscolari, sensazioni tattili ed emozioni), i suoi odori e sapori specifici.
Un’altra ovvia questione fondamentale: è di vitale importanza che i processi di visualizzazione e immaginazione siano applicati a punti di forza e/o abilità su cui lavorare. È poco utile avere presente una serie di immagini di fallimenti e performance mediocri, ripetute fino alla nausea, ogniqualvolta subentrano la fatica o la debolezza. Usare appropriatamente le tecniche di visualizzazione permette davvero al corpo di conseguire il suo obiettivo finale, senza dover eseguire effettivamente il processo. In altre parole, e possibile cambiare e influenzare il corpo solo col potere della mente. Prove recenti, ottenute grazie ad opportune tecniche quali il biofeedback, mostrano in che modo le funzioni corporee, come il battito cardiaco, la pressione sanguigna, la temperatura e la reazione al dolore, possano essere influenzate e controllate dalla mente, anche se, per molti anni, si e pensato che queste funzioni fossero adempiute automaticamente dal corpo.
Un altro vantaggio che deriva dalla visualizzazione e dall'immaginazione e che esse permettono alla mente e al corpo di apprendere ad un ritmo più veloce, rispetto a quello consentito dall'esecuzione effettiva di un esercizio fisico, che può richiedere qualche ora al giorno. Le potenzialità di ciò sono enormi. Significa che l'esercizio, se appropriato, diventa qualcosa che può essere effettuato ogniqualvolta e ovunque sia utile.
Le attività di visualizzazione dovrebbero essere praticate fino a quando non diventano automatiche. Prima di visualizzare, e sempre meglio che vi rilassiate completamente e che abbiate un obiettivo chiaro per la visualizzazione.

Attività

- Scegliete un'abilità o una capacita specifica su cui lavorare.
- Quando e possibile, visualizzate il luogo dove la gara si svolgerà. Se il luogo della gara non vi e familiare, limitatevi ad immaginarlo.
- Mantenete la mente nel momento presente, evitando di lasciarvi scivolare nel passato o in un altro evento. Rimanete vigili, mantenendo tutto a fuoco.
- Usate tutti e cinque i sensi. Ciò incrementerà il valore dell'intera esperienza. Concentratevi!
- Assicuratevi del fatto che il processo stia anche determinando una risposta cinestesica. E fondamentale, per essere certi che siano conseguiti i massimi benefici.
- Eseguite la visualizzazione e l'immaginazione in uno stato associato, ossia attraverso i vostri stessi occhi (nella psicologia sportiva si parla, in proposito, di "immaginazione interna").
- Rendete le immagini il più possibile corrette e perfettamente rispondenti. Aiutate la vostra mente e il vostro corpo a riconoscere, accettare il livello di performance più alto possibile e a reagire ad esso. Cio fa parte del pre-programmarsi per il futuro.
- Assicuratevi che ogni cosa nella vostra visualizzazione stia accadendo a una velocità normale. Talvolta e possibile perdere il senso del tempo, mentre si visualizza e si immagina. Pertanto, se il processo riguarda correre i cento metri o mettere la palla sul green, immaginate di farlo ad una velocità reale.
Esercitatevi regolarmente nel visualizzare, per qualche minuto alla volta, almeno sei volte al giorno, per un periodo di almeno quattro settimane. Trasformatelo in un processo consueto,inconscio. Divertitevi nel farlo. Evitate di renderlo terribilmente serio. Se è divertente, funzionerà e vi aiuterà ad assicurare che continuiate a farlo. Misurate i vostri progressi sul campo di gioco. È qui che i risultati effettivi e i veri progressi si faranno vedere.

 

Ted Garratt - "PNL per lo Sport" - NLP ITALY

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settembre 2008

SUI FIGLI E GENITORI… SPUNTI DI RIFLESSIONE

I figli

"E una donna che stringeva un bambino al seno disse: "Parlaci dei Figli."
Ed egli rispose:
"I figli sono le risposte che la vita dona ad ognuno di noi.Sono loro l’essenza del vostro sorriso.
Sono sangue e carne della vostra carne ma non il vostro sangue e la vostra carne.
Loro sono i figli e le figlie della fame che la vita ha di se stessa.
Attraverso di voi giungono, ma non da voi.
E benché vivano con voi, non vi appartengono.
Affidategli tutto il vostro amore ma non i vostri pensieri.
Essi hanno i loro pensieri.
Potete offrire rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime.
Esse abitano la casa del domani, che non vi sarà concesso visitare neppure in sogno.
Potete tentare di essere simili a loro, ma non farli simili a voi.
La vita è una strada che sempre procede in avanti e mai si ferma sul passato.
Voi siete gli archi da cui i figli, come frecce vive, sono stati scoccati in avanti.
È l’Arciere che guarda il bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tende con forza affinché le sue frecce vadano rapide e lontane.
Affidatevi con gioia alla mano dell’Arciere,
Poiché come ama egli il volo della freccia, così ama la fermezza dell’arco."
 

Kahlil Gibran, poeta(Il Profeta

 

“Negli ordini dell’amore fra genitori e figli rientra in primo luogo il fatto che i genitori diano e i figli prendano. Non si tratta di un dare e di un ricevere generici. I genitori, dando la vita ai figli, non danno qualcosa che appartiene a loro. Danno ciò che sono essi stessi e a cui non possono aggiungere o togliere nulla né possono trattenere alcunché. Con la vita, danno ai loro figli se stessi così come sono, senza aggiunte e senza riduzioni. Allo stesso modo i figli, nel ricevere la vita dai genitori, possono prendere i genitori solamente così come essi sono, senza aggiungervi né togliervi nulla, né rifiutarne una parte”
 

Bert Hellinger(citato in: Gabriele Ulsamer, Bertold Ulsamer – Genitori e figli, le regole del gioco secondo la teoria delle costellazioni familiari )

 

“Sta ai singoli esseri umani, siano essi genitori che figli, vedere opportunità in quello che hanno, danno e ricevono. Sta ai singoli esseri umani, siano essi genitori, che figli, cogliere appieno quella specifica opportunità e trasformarla in ricchezza da spendere nella propria via”
 

Carmela Lo Presti

“Finché i tuoi figli sono piccoli, dai loro radici.Quando sono grandi, dai loro ali”

 

Proverbio indiano

 

"Avevo una colomba e la dolce colomba morì. E io ho pensato che sia morta di dolore. Oh, che cosa ha potuto farla soffrire? Le sue zampe erano legate, Con un filo di seta tessuto dalle mie stesse mani.”
 

J. Keats, (Avevo una colomba - 1818)

 

Dov’è andato il bambino che siamo stati?

“Mi sono resa conto solo da poco che certe situazioni nella mia vita di adulta mi facevano stare così male e mi gettavano nel panico perché mi facevano rivivere delle situazioni infantili dimenticate. E, riflettendoci, mi sono resa conto che in certe situazioni non ero io che entravo in gioco, ma la bambina spaventata dentro di me che cadeva nel panico. Perdevo il controllo della situazione perché entravano in gioco tante altre cose della mia storia. Ero io ma contemporaneamente non ero più io. Era come se sul palcoscenico della mia vita in quel momento fossero entrate anche altre persone che non c’entravano con quella scena. Erano, sì tutti personaggi della stessa commedia ma che recitavano in un’altra scena, precedente. Adesso mi succede ancora che questi personaggi tornino prepotentemente sulla scena, ma riesco a riconoscerli e a dar loro un peso diverso. Riesco a tenerli un po’ più sullo sfondo del palcoscenico, per evitare che le ombre del passato rovinino il mio presente e il mio futuro”
 

Una mamma in cammino (in Alba Marcoli – Il bambino perduto e ritrovato)

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luglio 2008

GODITI LA STRADA, NON SOLTANTO RICOMPENSA

"Nel mio lavoro mi capita spesso che la gente mi chieda come si fa a porsi degli obiettivi e a raggiungerli. Quando chiedo ai miei ascoltatori: "Perché è così importante per voi realizzare i vostri obiettivi?" spesso mi rispondono: "Perché ottenere quello che voglio mi rende felice". Mentre da un lato questa risposta contiene un elemento di verità – ottenere le cose desiderate generalmente ci rende felici -, per un altro verso non coglie il nocciolo della questione. Il vero valore di porsi dei traguardi e raggiungerli non sta nella soddisfazione che ne trai, ma piuttosto nella persona che diventi a seguito del raggiungimento dei tuoi obiettivi. Questa elementare distinzione mi ha aiutato a godermi il Percorso della vita, pur rimanendo concentrato sul raggiungimento dei miei traguardi
personali e professionali.
Come ha osservato uno dei miei filosofi prediletti, Ralph Waldo Emerson, ‘Il premio per aver fatto bene una cosa consiste nell'averla fatta’. Quando ottieni un risultato, sia che si tratti di diventare un leader più saggio o un genitore migliore, nel frattempo sarai cresciuto come individuo. Anche se
accade spesso che non ci si renda conto di questa crescita, la crescita si è comunque verificata. Quindi, invece di gustare soltanto i benefici che derivano dall'ottenimento del risultato, rallegrati del fatto che il cammino percorso per raggiungerlo ti ha migliorato come persona. Ti sei imposto l'autodisciplina, hai scoperto aspetti nuovi delle tue capacità e hai rivelato altri aspetti del tuo potenziale umano. E queste sono di per sé delle ricompense”.
 

Robin Sharma – UNA VITA INIMITABILE – Anteprima-Lindau

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giugno 2008

ESPRESSIONI DEL VISO: UNO STRUMENTO DEI SENSI

A cura de Il Pensiero Scientifico Editore

La mimica facciale influenza la relazione dei sensi con l'ambiente esterno e permette una migliore reazione del corpo alla situazione in cui ci si trova. È quanto rivela uno studio realizzato da alcuni ricercatori della University of Toronto, in Canada, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature Neuroscience. Già Darwin a suo tempo aveva notato che alcune espressioni facciali si mantengono inalterate in culture diverse e spesso in specie diverse. Il naturalista inglese aveva supposto che tali espressioni avessero la capacità di migliorare alcuni sensi. I ricercatori canadesi hanno deciso di mettere alla prova queste supposizioni ed hanno analizzato le funzionalità cognitive e istintive di alcuni volontari, concentrandosi in particolare sulle loro espressioni di paura e di quello che viene ritenuto il suo opposto sensoriale, il disgusto. L’ipotesi dei ricercatori che l'espressione di paura portasse ad una maggiore acquisizione sensoriale e prontezza all'azione, e quella di disgusto avesse l’effetto esattamente contrario, è stata confermata dalle loro analisi. Gli occhi sbarrati tipici del terrore permettono infatti una più veloce identificazione degli oggetti in aree visive periferiche così come il veloce movimento oculare; inoltre le narici spalancate consentono l'ingresso di aria supplementare, fornendo un utilissimo apporto di ossigeno. “I nostri risultati sono compatibili con l'idea che la paura, ad esempio, sia un'espressione che conduce ad uno stato di maggiore vigilanza e il disgusto verso una minore acutezza di sensi”, conclude Joshua Susskind, coautore dello studio. Ancora una conferma che niente nel corpo avviene senza motivo; ogni singolo movimento, trasmissione nervosa, modificazione cellulare ha invece uno scopo ben preciso.
 

Fonte: Susskind JM, Lee DA et al. Expressing fear enhances sensory acquisition. Nature Neuroscience 2008; doi: 10.1038/nn.2138

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maggio 2008

Sviluppare nel bambino autonomia e capacità di giudizio

Offriamogli un ambiente che possa esplorare

A questo scopo creiamo in casa un ambiente a misura di bambino, privo di pericoli, in modo che i divieti siano rarissimi. Se imprigioniamo il piccolo in continue proibizioni, rischiamo di indurre una sensazione di impotenza. Allo stesso modo, se lo si subissa di avvertimenti o lo si rimprovera continuamente per i suoi disastri, farà molta più fatica a sviluppare un sentimento di indipendenza e di sicurezza in se stesso…

Insegniamogli a superare le difficoltà anziché evitarle

Piuttosto che segnalare i pericoli e sommergerlo di raccomandazioni, cerchiamo di dare i consigli necessari perché possa affrontare le sfide che incontra ogni giorno…

Lasciamo che faccia degli errori

Stiamo loro vicini, indirizzandoli con le nostre domande, facciamo il tifo, ma lasciamo che trovino da soli la soluzione… Ogni volta che sentiamo l’impulso a intervenire dobbiamo sforzarci di porci la domanda: “Il bambino è in pericolo?”
*Se la risposta è sì, fermiamolo senza indugi: le spiegazioni arriveranno dopo.
*Se invece non è così. È bene aspettare che chieda aiuto lui stesso. Qualora succede il disastro, non umiliamolo, investiamo invece del tempo per fargli capire perché le cose sono andate storte e trovare insieme una soluzione.

Incoraggiamolo a prendere decisioni autonome
“Sempre meno si trasmette al bambino il concetto che qualsiasi cosa faccia è il risultato di una sua scelta. Abituarlo a scegliere consapevolmente è la premessa indispensabile per farlo diventare un adulto responsabile”, osserva lo psicologo Giovanni Marcazzan…

Creiamo le occasioni per farlo sentire ‘competente’
… gli studi scientifici, avvalorati dalle esperienze di innumerevoli genitori in tutto il mondo, hanno dimostrato che è più educativo sperimentare il successo che il fallimento
*I bambini hanno bisogno di sentirsi competenti, cioè di riuscire bene in quello che fanno…
… il senso di sconfitta genera scoramento e questo porta alla rinuncia o all’inazione.
La sensazione di riuscire, invece, aumenta la stima di sé, rinfocola l’entusiasmo, inietta la speranza di ulteriori conquiste…

Affidiamogli una responsabilità

Ma attenzione: poniamoci obiettivi realistici, senza aspettarci che si comporti come un adulto, e non proponiamogli compiti generici o troppo complessi e vasti per essere compresi e svolti correttamente…

Spieghiamogli i motivi dei suoi successi

L’essenza dell’ottimismo non risiede nel raccontarsi storie positive o nell’immaginarsi scene di trionfo, ma essere consapevoli dei motivi del proprio successo come pure dei propri insuccessi. Questa è una consapevolezza che si sviluppa fin dall’infanzia e che ci accompagna tutta la vita…

Discutiamo con lui le ragioni degli insuccessi

Fa parte del rispetto che dobbiamo ai nostri bambini evitare di lodarli sempre e comunque, anche quando è evidente che i loro sforzi non sono riusciti…
 

Le osservazioni negative

Le osservazioni positive

Generiche

Specifiche

Sei cattivo!

Oggi stai esagerando con tua sorella, le hai tirato i capelli e strappato il disegno.

Sei proprio come me.
Con il pallone sei una schiappa.

Ora sai che la prossima volta non devi guardare l’avversario, ma il pallone.

Non giochi mai con gli altri bambini. Sei timido.

Hai bisogno di tempo per conoscere le persone e fare amicizia.

Permanenti

Modificabili

Ti ho detto di mettere a posto i vestiti, perché non fai mai quello che ti chiedo?

Ti ho detto di mettere a posto i vestiti. Quando lo fai?

La baby-sitter mi ha detto che hai pianto tutto il tempo. Sei sempre così sensibile.

La baby-sitter mi ha detto che oggi hai pianto molto. Raccontami…

Ne combini sempre una! Sei veramente una peste! C’è qualcosa che non funziona.

Quando devi fare una cosa pensaci prima e cerca di prevedere quello che può capitare.

Totalizzanti

Relative ad un comportamento

Voi due fratelli siete solo dei grandi egoisti!

Dovete imparare a mettere in comune alcuni giochi

Un altro brutto voto! Devo dire che non sei proprio una cima!

Un altro brutto voto? Devi metterti a studiare di più. Vediamo dove hai bisogno di aiuto.

La tua camera è un vero porcile! Sei proprio disordinato! Un giorno o l’altro butto via tutto.

La tua camera sembra un porcile. Oggi pomeriggio, prima di vedere la TV, la metti a posto. Se vuoi ti spiego come fare.

Riduzione da: Nessia Laniado, BAMBINI SICURI IN UN MONDO INSICURO, edizioni red, cap. I nuovi valori

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marzo 2008

La "Carta della Terra", in italiano

Una dichiarazione di principi fondamentali per costruire una società sostenibile per il 21° secolo. Vuole ispirare un senso di interdipendenza e responsabilità condivisa per il benessere della famiglia umana e del più vasto mondo vivente. E' stata commissionata dalle Nazioni Unite in seguito al Summit di Rio del 1992 ed è stata scritta nel 1997. La sede del progetto è l'"Earth Council" in Costa Rica.

La terra vista dal cielo

Le spettacolari immagini riprese dall'alto, dal fotografo francese Yann Arthus-Bertrand

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marzo 2008

Stiamogli vicino quando esprime le sue emozioni

"' 'Qualsiasi tentativo di distrarre un bambino dal piangere sarà vissuto da lui come una forma di abbandono emotivo’, avverte ancora J. Bowlby (psicanalista inglese – n.r.). ‘I bambini hanno bisogno di avere intorno persone che siano capaci di ascoltare e partecipare alle loro espressioni di rabbia, dolore, paura’.

Se i nostri piccoli possono esprimere i loro sentimenti fin dal primo momento in cui aprono gli occhi al mondo, senza paura di essere distratti, calmati o, peggio ancora, ignorati, si sentiranno amati senza condizioni, accettati e capiti fino in fondo.

‘’Più tardi, quando saranno adolescenti, riusciranno a parlare con i loro genitori dei loro problemi, non avranno vergogna di esprimere le loro emozioni, piangendo, se lo ritengono necessario, e sapranno che possono contare sui loro genitori per essere ascoltati’ spiega la psicologa svizzero-americana Aletta J. Solter, autrice del libro Tears and Tantrums (Lacrime e capricci), che aggiunge: ‘Nella mia esperienza di terapeuta, ho trovato un dato interessante: i bambini che manifestano un eccessivo attaccamento e piagnucolano continuamente, smettono di comportarsi in questo modo quando i genitori sono in grado di creare un clima di sicurezza emotiva in cui il pianto dei piccoli viene accettato’.
E i primissimi mesi di vita sono fondamentali per stabilire questo tipo di rapporto.”

Nessia Laniado – COME RENDERE FELICE UN BAMBINO NEL PRIMO ANNO DI VITA

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febbraio 2008

Spirito libero

"… Forse avete già colto il filo che comune che unisce queste personalità appartenenti a razze, culture e tempi diversi. Hanno espresso da angolazioni diverse la più grande esigenza spirituale racchiusa nel cuore di ogni essere umano: vivere felicemente la vita. Perché non avviene? O meglio: perché non è avvenuto finora? Ognuno di noi, se vuole, può essere parte della soluzione: L’universo è fatto di atomi e di molecole ma anche di storie, di pensieri e di emozioni. Non cessare di sognare, di desiderare e di volere con tutte le forze fisiche, mentali e spirituali, un mondo migliore. Questa è l’essenza della filosofia degli Spiriti Liberi.
E’ stato detto che molte rivoluzioni sono rimaste incompiute e quindi sono fallite perché chi le animava e le portava avanti non riusciva a cambiare se stesso. Tra tutte le catene la più dura da spezzare è la paura, la paura di se stessi.

Questo pianeta è popolato di esseri umani in crisi, individui divisi tra di loro, uomini divisi dalla loro natura umana e dalla natura circostante. Tu chi sei? Chi vorresti essere: un individuo che ama ed ha il coraggio di conoscere se stesso o sei coinvolto in un gioco di continue maschere sociali, finzioni politiche, dogmi, rituali, doveri ambigui e sottili compromessi senza valore?
Forse tu, come altri prima di te, hai sentito che è arrivato il momento di cambiare. Non sai bene come, ma sai che lo vuoi; la tua sincerità farà sì che ciò avvenga. Incontrerai persone che fanno i tuoi stessi discorsi; desiderano, vogliono e otterranno un nuovo modo di essere sul Pianeta Terra. Sia che tu sia solo o in compagnia in questo viaggio verso la realizzazione della società liberata, felice ed equanime sarai sempre dalla parte vincente se non tradisci te stesso. Se ti hanno detto di essere te stesso e ancora non ci sei riuscito allora cambia gioco ed impegnati a diventare, al più presto, te stesso, un uomo libero che riesce a coniugare, senza sensi di colpa, materialismo e spiritualismo. Questo individuo liberato corre un rischio, potrebbe essere rifiutato da chi sta tutto da una parte o tutto dall’altra. I materialisti lo accuseranno di fuga spirituale e quelli che si proclamano spiritualisti lo criticano per essere ancora attaccato alle emozioni del mondo; fortunatamente questo spirito libero non rimarrà solo, sarà sempre amato e ben accolto da chi partecipa, senza frode, al Grande Gioco Cosmico della Vita.
La nuova cultura che sta diffondendosi è solo l’inizio di un capitolo che aspettava da tempo di essere scritto, un capitolo nuovo che sarà seguito e sviluppato da altri capitoli, più nuovi e felici. La cosa più importante non è capire quanto tempo ci vorrà ma comprendere pienamente che è possibile. Io penso che questo progetto sia realizzabile, non sento il bisogno di fare statistiche e sondaggi ma il mio intuito mi dice che, ogni giorno, nel mondo è in costante aumento il numero degli spiriti liberi che, pure tra mille difficoltà, scelgono la via della libertà, dell’amore senza condizioni e della ricerca spirituale senza dogmi e costrizioni.

Con AMORE, diventa te stesso.”
Giorgio Cerquetti – SPIRITO LIBERO – Macro Edizioni

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gennaio 2008

Intelligenza sociale

Consapevolezza sociale

La consapevolezza sociale si riferisce a un’ampia gamma di sensazioni: percezione istantanea dello stato d’animo di un’altra persona, comprensione dei suoi sentimenti e pensieri, capacità di “afferrare” situazioni sociali complesse. Essa comprende:
• Empatia primaria: sentire con gli altri; percepire segnali emotivi non verbali.
• Sintonia: ascoltare con piena ricettività; essere sulla stessa lunghezza d’onda di un’altra persona.
• Attenzione empatica: capire i pensieri, i sentimenti e le intenzioni di un’altra persona.
• Cognizione sociale: sapere come funziona il mondo sociale.

Abilità sociale

La semplice percezione degli stati d’animo altrui, o la conoscenza di ciò che gli altri pensano o intendono fare, non garantisce di per sé interazioni proficue. L’abilità sociale nasce dalla consapevolezza sociale per consentire interazioni efficaci e prive di ostacoli. La gamma delle abilità sociali comprende:
• Sincronia: interagire omogeneamente a livello non verbale.
• Presentazione di sé: presentarsi in maniera efficace.
• Influenza: plasmare l’esito delle interazioni sociali.
• Sollecitudine: interessarsi ai bisogni degli altri e agire di conseguenza.
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INTELLIGENZA EMOTIVA

INTELLIGENZA SOCIALE

Consapevolezza di sé

 

 

Gestione di sé

Consapevolezza sociale
Empatia primaria
Attenzione empatica
Ascolto
Cognizione sociale

Abilità sociale o gestione della relazione
Sincronia
Modo di presentarsi
Influenza
Sollecitudine

Alcuni psicologi obietteranno che le capacità che definiscono l’intelligenza sociale da me proposte aggiungono alle definizioni tradizionali di “intelligenza” attitudini che appartengono ai campi non cognitivi. Ma è proprio questa la mia tesi: quando si tratta di intelligenza nella vita sociale, il cervello stesso mescola le capacità. Le doti non cognitive come l’empatia primaria, la sincronia e la sollecitudine sono aspetti fortemente adattativi del repertorio sociale umano per la sopravvivenza. Sono queste capacità che ci permettono di seguire l’insegnamento di Thorndike di “agire con saggezza” nei nostri rapporti…”

Daniel Goleman – INTELLIGENZA SOCIALE

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dicembre 2007

Evolvi il tuo cervello
di a cura di hcibooks
Versione Integrale dell'intervista a Joe Dispenza
apparsa su scienza e conoscenza n 21

C'è un cambiamento di paradigma in corso nella scienza. Nel vecchio paradigma la coscienza - ciò che siamo - viene considerata un prodotto del cervello. Nel nuovo la coscienza è il terreno dell'essere e il cervello un suo "prodotto", una sua manifestazione. E' importante partire da questa soglia. Dispenza infatti ci guida nell'esplorazione di come il cervello impara, su come elabora le informazioni e in che modo può diventare "dipendente" di confortevoli modelli abituali se non sufficientemente stimolato. Ogni volta che un pensiero o un emozione ci attraversano, il cervello invia segnali chimici nel corpo [vedi a pag 13 del n°21 le ultime scoperte sulla paura e l'esperienza del mi piace-non mi piace] che riproducono quel sentire, spesso seguito da una reazione. Attraverso prolungate ripetizioni, pensieri e sentimenti autolimitanti possono diventare abituali producendo assetti mentali fissi, anche quando non più necessari.

Che cos'è che ti ha ispirato e motivato a scrivere questo libro?
Ciò che mi ha ispirato ad indagare il potere che il cervello possiede di alterare la nostra vita è stata un'esperienza che ho vissuto vent'anni fa. Come ho spiegato nel libro, quando un'ampia porzione della mia spina dorsale venne schiacciata in un incidente ciclistico, quattro chirurgi dissero che l'unico modo per evitare la paralisi era un'operazione chirurgica che mi avrebbe lasciato con un'invalidità permanente, e forse anche con una vita intera di dolore fisico. Fui costretto a prendere la decisione più ardua della mia vita, ma rifiutai l'operazione e mi rivolsi invece all'intelligenza innata che dà costantemente la vita a ciascuno di noi. Dieci settimane più tardi, senza aver subito alcuna operazione, ero di nuovo al lavoro, completamente guarito e senza dolori. Nel libro indico molti fattori che hanno contribuito alla mia guarigione. In seguito a quell'esperienza, mi ripromisi di dedicare più tempo della mia vita allo studio dei fenomeni del dominio della mente sulla materia e della guarigione spontanea, intesa come il modo in cui il corpo si autoripara o si libera della malattia senza ricorrere ad interventi medici tradizionali come operazioni chirurgiche o farmaci. Così trascorsi molti anni a studiare il potenziale umano, ossia la capacità di trascendere le nostre limitazioni personali o di essere loro superiori, e l'interconnessione di cervello, mente, corpo, e coscienza. Soltanto fino ad alcune decine di anni fa, la scienza ci aveva portato a credere che fossimo predestinati dalla genetica ed ostacolati dal condizionamento, e che bisognasse rassegnarsi alla proverbiale idea che fosse impossibile abbandonare le vecchie abitudini per impararne di nuove. Tuttavia, quello che ho scoperto studiando il cervello ed i suoi effetti sul comportamento negli ultimi vent'anni mi ha reso enormemente fiducioso nei confronti degli esseri umani e della nostra capacità di cambiare. Avevamo solo bisogno di sapere come fare per cambiare, ed oggi la neuroscienza spiega in modo fondato come si verifichi il dominio della mente sulla materia, e questo concetto non è più una speranza illusoria. La scienza del cambiamento della mente adesso è disponibile, e ho scritto Evolvi il tuo cervello per contribuire a rendere questa scienza accessibile a chiunque.

Evolvi il tuo cervello è un libro di auto-aiuto? In che cosa differisce dagli altri libri sulle potenzialità umane?
Aiutarci a comprendere ed accettare che possiamo davvero modificare il nostro cervello e cambiare la nostra vita è un obbiettivo centrale in questo libro. Il mio approccio consiste nell'unificare le più utili tra le nuove scoperte delle neuroscienze, neurofisiologia, biologia, e genetica, accrescendo la conoscenza del lettore in maniera sistematica, facilmente comprensibile, e, si spera, avvincente. Tuttavia, come il libro spiega chiaramente, la conoscenza dev'essere esperimentata prima di poter diventare saggezza. Evolvi il tuo cervello è concepito in modo da servire come strumento pratico per guidarci mentre facciamo esperienza dei processi che possiamo utilizzare per cambiare la nostra mente ed evolvere il nostro cervello. A differenza dei manuali di self-help o dei libri sul potenziale umano che si concentrano sulla mente, sulle emozioni o sul corpo, dedicando poca attenzione al cervello, questo libro abbraccia la struttura e la funzione di questo coronamento della nostra evoluzione.
Tutto quello che facciamo accade per mezzo del cervello ? il modo in cui pensiamo, agiamo, sentiamo, le nostre relazioni, le nostre percezioni del mondo che ci circonda, ? perché il nostro "sé", come essere senziente è immerso ed esiste realmente nella rete elettrica del nostro tessuto cellulare cerebrale. Quindi, poiché non possiamo sperare di evolvere il nostro cervello senza cambiare la nostra mente e comprendere il ruolo delle nostre sensazioni e sentimenti, nel libro esploro il modo in cui tutto ciò interagisce con il corpo per creare la nostra vita.

Molti di noi hanno imparato a scuola che quando si diventa adulti, il cervello diviene statico e rigido. Quanto è nelle nostre mani, nelle nostra potenzialità per cambiare i circuiti cerebrali?
A chi andava a scuola 20 o 30 anni fa veniva insegnato che i circuiti del cervello sono permanenti, ovvero che quando raggiungiamo l'età adulta abbiamo un certo numero di cellule cerebrali organizzate in schemi o circuiti neurali fissi, e man mano che invecchiamo li perdiamo. Pensavamo che sotto molti punti di vista saremmo inevitabilmente diventati come i nostri genitori, poiché potevamo usare soltanto alcuni schemi neurali ereditati geneticamente da loro. I neuroscienziati adesso ci dicono che questo è un errore. La grande notizia è che ciascuno di noi è un lavoro in corso per tutta la vita. Ogni volta che abbiamo un pensiero, in diverse aree del nostro cervello il flusso di corrente elettrica aumenta di intensità e rilascia una fiumana di sostanze neurochimiche, troppo numerose da elencare. Grazie alla tecnologia della risonanza magnetica funzionale del cervello, ora siamo in grado di vedere che ogni nostro pensiero ed esperienza induce le nostre cellule cerebrali, o neuroni, a collegarsi e scollegarsi in schemi e sequenze continuamente diversi. Di fatto, possediamo una facoltà naturale chiamata neuroplasticità, che significa che se impariamo nuove conoscenze e facciamo nuove esperienze, possiamo sviluppare nuove reti o circuiti di neuroni, e letteralmente cambiare le nostre idee e la nostra mente.

Quindi, perché è poi così difficile cambiare?
Tanto nella mia pratica quanto nella mia vita personale, ho constatato che cambiare non è facile. Quando una persona vuole dedicarsi ad uno scopo parte con buone intenzioni e buone idee, ma molto spesso ritorna alle proprie abitudini indesiderate. Il significato del concetto di cambiamento è che faremo qualcosa di diverso all'interno dello stesso ambiente; non risponderemo all'ambiente con i nostri soliti pensieri e con le nostre solite reazioni. Tuttavia, ciò è più facile a dirsi che a farsi. Molti di noi hanno la tendenza a pensare gli stessi pensieri, ad avere le stesse sensazioni e gli stessi sentimenti, ed a seguire la stessa routine. Il problema è che questo ci porta ad usare sempre gli stessi schemi e le stesse combinazioni di circuiti neurali, che tendono a collegarsi in modo permanente. È così che creiamo abitudini di pensiero, di sensazione, e di azione. Non fraintendetemi, un collegamento permanente non è una cosa negativa: grazie ai collegamenti permanenti, quando impariamo una nuova arte, come guidare l'automobile, quanto più la esercitiamo tanto più colleghiamo permanentemente quello che impariamo nei circuiti del nostro cervello, finché non diventiamo capaci di far funzionare un'automobile automaticamente. Ma se vogliamo cambiare qualcosa nella nostra vita, dobbiamo fare in modo che il cervello non si attivi più secondo le solite vecchie sequenze e combinazioni. Dobbiamo creare un nuovo livello di mente scollegando i vecchi circuiti neuronali e ricollegando le cellule nervose secondo nuovi modelli. La buona notizia che apprendiamo dalle ultime ricerche è che possiamo cambiare il cervello ed in tal modo cambiare noi stessi, facendo soltanto alcuni semplici passi.
Evolvi il tuo cervello è nato per accompagnare gradualmente il lettore attraverso la conoscenza ed i passi operativi necessari a cambiare qualunque area della vita.

Qual è l'effetto dello stress sul corpo? In che modo tali passi possono aiutare gli individui a superare lo stress?
In qualità di chiropratico, ho constatato personalmente gli effetti dello stress sui miei pazienti. Non sono i brevi episodi di stress acuto ad indebolire maggiormente il corpo bensì lo stress cronico, a lungo termine. Per la maggior parte di noi è raro trovarsi di fronte alle minacce immediate della sopravvivenza fisica che i nostri antenati dovevano fronteggiare, quindi può darsi che non riusciamo a renderci conto dell'impatto che hanno su di noi tutti gli anni trascorsi nella preoccupazione per la sicurezza del lavoro, i debiti, o all'idea che i nostri figli possano provare delle droghe, e via dicendo. Quando viviamo cronicamente in una modalità di stress elevato, o stiamo costantemente all'erta verso eventuali problemi che prima o poi potrebbero avere un effetto su di noi, continuiamo a mantenere attiva la risposta di emergenza allo stress del corpo. E perché questo è un problema così grave? Le sostanze chimiche, che ci attraversano senza tregua quando siamo sottoposti a stress a lungo termine, sono i colpevoli che iniziano ad alterare il nostro stato interno innescando il deterioramento cellulare. Inoltre, quando siamo sempre all'erta o in modalità di emergenza, il corpo non ha il tempo né le risorse necessarie a ripararsi e rigenerarsi. Il corpo può persino diventar dipendente dalla condizione chimica dell'essere sotto stress; ma come dimostreremo, la capacità di superare lo stress ha sede esattamente tra le nostre orecchie. La maggior parte dello stress finisce per diventare stress emozionale/psicologico, e questo significa che è l'autosuggestione del nostro stesso modo di pensare che influenza il corpo così intensamente. In altre parole, i nostri pensieri da soli sono sufficienti ad attivare la risposta di stress, ed essi possono avere gli stessi effetti misurabili di qualsiasi altro agente di stress presente come minaccia nel nostro ambiente. Nel libro affronto i passi per imparare a vincere i pensieri che innescano le risposte di stress.

Tale evoluzione del cervello può aiutare le persone a superare le proprie dipendenze emozionali?
Oltre a trattare le infermità fisiche, il metodo illustrato intende anche affrontare il disturbo costituito dalla dipendenza emozionale, che accompagna sempre i livelli elevati di stress nella nostra vita. Tutti abbiamo fatto esperienza della dipendenza emozionale a un certo punto della nostra vita. Tra i suoi sintomi si annoverano letargia, mancanza di capacità di concentrazione, un tremendo desiderio di routine nella nostra vita quotidiana, l'incapacità di completare cicli di azione, mancanza di esperienze e risposte emozionali nuove, e la sensazione costante che ogni giorno sia uguale ai successivi. Quella che una volta non era che teoria scientifica adesso ci offre delle applicazioni pratiche per guarire le ferite emozionali che ci siamo inflitti da soli. I metodi che suggerisco non sono una terapia miracolistica di self-help, basata sul desiderio utopistico: rassicuratevi, questo libro è fondato sulla scienza d'avanguardia. Come si può por termine a questo ciclo di negatività? La risposta, naturalmente, è dentro di voi; e in questo caso, dentro una parte molto specifica di voi stessi. Se comprenderete i diversi temi che esploreremo in questo libro e sarete disposti ad applicare alcuni principi specifici, potrete raggiungere da soli la guarigione emozionale alterando il reticolo neuronale del vostro cervello.

Puoi spiegare la connessione mente/corpo? Qual è la relazione esistente tra i pensieri ed il corpo fisico?
C'è un campo emergente della scienza chiamato psiconeuroimmunologia che sta dimostrando la connessione tra la mente ed il corpo, aiutandoci a comprendere il legame tra il modo in cui pensiamo ed il modo in cui sentiamo. Adesso sappiamo che ogni nostro pensiero produce una reazione biochimica nel cervello. Il cervello quindi rilascia segnali chimici che vengono trasmessi al corpo, dove agiscono come messaggeri del pensiero. In questo modo, i pensieri che producono queste sostanze chimiche nel cervello permetto al nostro corpo di sentire esattamente nello stesso modo in cui stavamo pensando. Essenzialmente, quando abbiamo dei pensieri felici, ispiratori, o positivi, il nostro cervello produce delle sostanze chimiche che ci fanno sentire gioiosi, ispirati, o elevati. Ad esempio, quando desideriamo impazientemente di fare un'esperienza piacevole, il cervello produce immediatamente un neurotrasmettitore chiamato dopamina che attiva il cervello stesso e il corpo nell'anticipazione di quell'esperienza, e noi ci sentiamo eccitati. Se abbiamo pensieri di odio, rabbia, o insicurezza, il cervello produce sostanze chimiche a cui il corpo risponde in maniera corrispondente, e così ci sentiamo pieni di odio, irati, o indegni. Un'altra sostanza chimica prodotta dal nostro cervello, chiamata ACTH, segnala al corpo che per le ghiandole surrenali è il momento di produrre le secrezioni chimiche che ci fanno sentire minacciati o aggressivi. Quando il corpo risponde ad un pensiero suscitando una sensazione, il cervello, che tiene costantemente sotto monitoraggio continuo la condizione del corpo, constata che il corpo si sente in un certo modo. In risposta a quella sensazione corporea, il cervello genera pensieri che producono i corrispondenti messaggeri chimici, e di conseguenza iniziamo a pensare come sentiamo. Il pensiero crea sensazione, e a sua volta la sensazione produce pensiero, in un continuo feedback biologico. Alla fine questo ciclo crea un particolare stato del corpo, o uno stato d'essere, che determina la natura generale del nostro sentire e del nostro comportamento. Ad esempio, se qualcuno vive molto tempo della propria vita in un ciclo ripetitivo di pensieri e sensazioni collegate all'indegnità, nel momento in cui pensa di non essere abbastanza bravo o intelligente o altro, il suo cervello rilascia sostanze chimiche che producono una sensazione fisica di indegnità, e il modo in cui questa persona si sente adesso corrisponde al modo in cui stava pensando. Il suo cervello ne prende atto, e lei inizia ad avere pensieri di insicurezza che corrispondono al modo in cui si stava sentendo. Adesso il suo corpo la sta spingendo a pensare. Se i suoi pensieri e le sue sensazioni continuano, anno dopo anno, a generare il medesimo feedback cervello-corpo, questa persona vivrà in uno stato d'essere definito "indegnità". Questi segnali chimici ripetuti inducono le cellule del corpo a funzionare in modi non desiderabili, rendendoci malati. Così si inizia a capire come la mente possa fisicamente modificare il corpo. Nel libro porto l'esempio di un uomo che ho chiamato Tom, il quale aveva sviluppato un disturbo digestivo dopo l'altro. Alla fine questo lo condusse ad esaminare la propria vita, e così si rese conto che aveva continuato a reprimere le sensazioni di rabbia e disperazione che gli derivavano da un lavoro che lo rendeva infelice; la sua mente era presa in un feedback di pensieri e sensazioni corrispondenti ad atteggiamenti tossici che il suo corpo non poteva semplicemente "digerire". Tom viveva continuamente in uno stato d'essere che ruotava intorno al vittimismo. La sua guarigione ebbe finalmente inizio quando prestò attenzione ai pensieri abituali rendendosi conto che i suoi atteggiamenti inconsci erano il fondamento della persona che era divenuto. Esistono molte prove scientifiche che indicano l'effetto diretto che la mente ha sul corpo sia nel senso buono che in quello cattivo. La ricerca dimostra che ci ammaliamo attraverso la pura e semplice anticipazione di un evento futuro o il ricordo di un'esperienza passata; in entrambi i casi, sono i nostri pensieri che creano potenti sostanze chimiche stressanti che vanno ad alterare la maggior parte dei sistemi corporei. Quindi quello a cui pensiamo e l'intensità di questi pensieri influenza direttamente la nostra salute, le scelte che facciamo, e la qualità della nostra vita.

Che cos'è, dunque, la mente, e in quale relazione si trova con il cervello?
Adesso che siamo in possesso della tecnologia per osservare un cervello vivo, sappiamo dalle scansioni funzionali del cervello che la mente è il cervello in azione. Questa è la definizione più recente di mente, secondo le neuroscienze. Quando un cervello è vivo ed attivo, può elaborare il pensiero, imparare nuove informazioni, inventare nuove idee, padroneggiare abilità, rievocare ricordi, esprimere sentimenti, raffinare movimenti, e garantire il funzionamento regolare del corpo. Il cervello animato può anche rendere possibile il comportamento ed il sogno, percepire la realtà e, più importante di tutto, abbracciare la vita. Perché la mente possa esistere, il cervello dev'essere vivo. Il cervello pertanto non è la mente, ma l'apparato fisico attraverso cui la mente viene prodotta. Il cervello rende possibile la mente. Possiamo pensare al cervello come ad un complicato sistema di elaborazione dati che in caso di bisogno ci mette in grado di raccogliere, elaborare, immagazzinare, rievocare, e comunicare informazioni nel giro di pochi secondi, come anche di prevedere, ipotizzare, rispondere, esprimere un comportamento, pianificare, e ragionare. Il cervello è anche il centro di controllo attraverso cui la mente coordina tutte le funzioni metaboliche necessarie alla vita ed alla sopravvivenza. E così quando il vostro computer biologico è "acceso" o vivo, e funziona elaborando informazioni, esso produce la mente. Il cervello possiede tre strutture anatomiche individuali mediante cui produce i diversi aspetti della mente. Siamo anche dotati di una mente conscia ed una mente inconscia, entrambe derivanti da un cervello che coordina gli impulsi del pensiero attraverso le sue varie regioni e strutture. Di conseguenza, poiché possiamo facilmente far sì che il cervello operi in modi diversi, esistono diversi stati mentali.

Che cos'è la neuroplasticità?
La neuroplasticità è la nostra capacità naturale di modificare il modo in cui i neuroni cerebrali sono collegati ed organizzati in circuiti, che noi definiamo connessioni sinaptiche del cervello. Ogni volta che impariamo qualcosa di nuovo o facciamo una nuova esperienza, il cervello crea nuove connessioni sinaptiche per formare nuovi schemi o reti neurali; e questo avviene a qualsiasi età. Quando utilizziamo nuovi circuiti in nuovi modi, modifichiamo la rete neurale del cervello perché si attivi secondo nuove sequenze. Da un livello neurologico, quindi, noi veniamo cambiati un istante dopo l'altro dai pensieri che abbiamo, dalle informazioni che apprendiamo, dagli eventi che sperimentiamo, dalle reazioni che abbiamo, dalle sensazioni e sentimenti che creiamo, dai ricordi che elaboriamo, e persino dai sogni che abbracciamo. Tutte queste cose alterano il modo in cui il cervello opera, producendo nuovi stati mentali che vengono registrati nel nostro cervello. La neuroplasticità è una caratteristica genetica innata ed universale degli esseri umani. Essa ci concede il privilegio di imparare dalle esperienze fatte nel nostro ambiente, così da poter cambiare le azioni e modificare il nostro comportamento, i processi di pensiero, e la nostra personalità per produrre esiti più desiderabili. Il semplice apprendimento di informazioni intellettuali non è sufficiente; dobbiamo applicare ciò che impariamo per creare un'esperienza diversa. Se non potessimo cambiare le connessioni sinaptiche del nostro cervello, non potremmo cambiare in risposta alle nostre esperienze. Senza la capacità di cambiare non potremmo evolvere, e non saremmo altro che l'effetto delle nostre predisposizioni genetiche. In quale misura il nostro cervello sia neuroplastico dipende dalla capacità di cambiare la percezione del mondo che ci circonda per cambiare la nostra mente, per cambiare noi stessi, il nostro sé.

Che cosa vuol dire provare e riprovare mentalmente, e come possiamo servirci di tale ripetizione mentale per cambiare? Provare e riprovare mentalmente come fa un attore ci permette di cambiare il nostro cervello, creando un nuovo livello mentale, senza far nulla di fisico che non sia pensare. La ripetizione mentale implica il vedere e sperimentare mentalmente il nostro "sé" mentre dimostra o pratica un'arte, un'abitudine o uno stato d'essere a nostra scelta, e possiamo servircene per impiegare le facoltà avanzate del nostro lobo frontale al fine di compiere cambiamenti significativi nella nostra vita. Diversi studi hanno dimostrato che il cervello non conosce la differenza tra ciò che pensa internamente e ciò che sperimenta nell'ambiente esterno. Nel corso di un esperimento, a due gruppi di persone che non erano capaci di suonare il pianoforte venne richiesto di imparare degli esercizi di piano per una sola mano e di eseguirli per due ore al giorno per cinque giorni, con un'importante differenza: un gruppo eseguiva gli esercizi, mentre l'altro ripeteva mentalmente gli stessi esercizi senza usare le dita. Alla fine dei cinque giorni, dalle scansioni cerebrali risultò che entrambi i gruppi avevano sviluppato la stessa quantità di circuiti cerebrali nuovi. Com'è possibile una cosa del genere? Noi sappiamo che quando pensiamo gli stessi pensieri o compiamo le stesse azioni più e più volte, stimoliamo ripetutamente specifiche reti di neuroni in particolari aree del nostro cervello. Come risultato, realizziamo connessioni più forti e ricche tra questi gruppi di cellule nervose. Questo concetto nella neuroscienza è chiamato apprendimento di Hebbian. L'idea è semplice: le cellule nervose che si accendono insieme, si conettono tra loro. Secondo le scansioni funzionali del cervello di questo particolare esperimento, i soggetti che provavano e riprovavano mentalmente erano così focalizzati interiormente che il loro cervello non distingueva la differenza tra il mondo interno e quello esterno. Così essi attivavano il cervello proprio come se stessero effettivamente suonando il piano; in pratica, i loro circuiti cerebrali si rafforzavano e si sviluppavano nella stessa area del cervello del gruppo che si esercitava fisicamente.

Affermi anche che il pensiero non è sufficiente a cambiare la nostra mente, e che il cambiamento è un processo di pensiero, azione, ed essere. Puoi spiegare come funziona?
Il cambiamento che vogliamo compiere deve andare al di là del pensiero e addirittura del fare; dobbiamo arrivare fino al livello ultimo, quello dell'essere. Se voglio veramente essere un pianista, inizierò con l'acquisire conoscenza, che implica il pensiero. Allora potrò iniziare ad acquisire esperienza attraverso la ripetizione mentale, che implica di nuovo il pensiero. Ma è anche necessario coinvolgere il corpo nell'atto di fare, ovvero dimostrare fisicamente quello che si è imparato, suonando il piano. Ma anche questo non ci porta lontano. Immaginate una pianista che dà il suo meglio nelle sessioni di pratica, ma si trova in difficoltà nei concerti. Oppure, facendo un esempio più vicino a noi, immaginate una persona che sia un modello di giudizio mentre torna a casa dal lavoro, ma perde la pazienza e degenera in un broncio di impazienza non appena il coniuge compare sulla porta. Se voglio raggiungere lo stato in cui sono un pianista, la mia comprensione evoluta e la mia arte devono diventare così integrate in una rete neurale permanente e così mappate nel mio cervello che non mi servirà neanche più pensare consciamente a suonare, poiché sarà la mia mente subconscia a gestire quell'abilità. Adesso che sono un pianista, ogni mio pensiero che riguardi il suonare, o desiderio di esprimere i miei sentimenti mediante la musica, attiverà automaticamente il mio corpo perché esegua il compito di suonare il piano. In Evolvi il tuo cervello parlo diffusamente di come noi utilizziamo diversi tipi di memoria, attivando diverse parti del cervello, per trasformare i pensieri consci in pensieri subconsci. Apprendiamo anche che per padroneggiare qualsiasi arte è necessario possedere una gran quantità di conoscenza su un determinato soggetto, ricevendo istruzioni al riguardo da chi è competente in merito, e facendo una gran quantità di esperienze che ci procurino un riscontro. Tutti noi passiamo dal pensare al fare e all'essere ogni volta che apprendiamo un'arte talmente bene da poterla eseguire con estrema naturalezza. Guidare è un grande esempio. La bellezza di questo processo è che possiamo servircene per raggiungere qualsiasi stato d'essere a nostro piacimento, dal dimostrarsi più pazienti con i nostri bambini, all'essere ricchi, o felici.

Che cos'è l'evoluzione e come possiamo evolvere il nostro cervello?
Noi evolviamo come specie e come individui. Di fatto, la nostra evoluzione personale fa progredire anche la specie umana. La maggior parte di noi ha imparato a scuola che l'evoluzione è il processo lento, lineare per mezzo del quale le specie sopravvivono ai cambiamenti del loro ambiente attraverso l'adattamento nel corso delle generazioni, sviluppando un'anatomia ed una fisiologia specializzate che le aiutano a perpetuarsi. Il cervello umano è evoluto in maniera lineare fino a 250.000 anni fa, quando (per ragioni che rimangono misteriose) un improvviso periodo di crescita esplosiva ci fornì di una neocorteccia molto più ampia e densa di quella di qualsiasi altra specie. Questo cosiddetto nuovo cervello è la sede della nostra consapevolezza conscia; esso ospita la nostra capacità di apprendere e di ragionare, ed il nostro libero arbitrio di creare. In termini semplici, la nostra neocorteccia, e particolarmente il lobo frontale, ci forniscono la possibilità di trascendere il processo di evoluzione graduale per passare ad un'evoluzione rapida, non lineare. Grazie alla possibilità di imparare dalla conoscenza, dalle nostre esperienze, e soprattutto dai nostri errori, e disponendo di diverse forme specializzate di memoria attraverso cui possiamo ricordare ciò che impariamo, possiamo immediatamente modificare i nostri pensieri ed il nostro comportamento. A differenza di altre specie, quindi, noi creiamo una gamma completamente nuova di esperienze in un'unica vita, e possiamo poi trasmettere quanto abbiamo appreso alla nostra discendenza ed agli altri membri della nostra specie. In termini di cervello, evoluzione significa apprendere, creare nuove connessioni sinaptiche, mantenerle, ed applicare quanto abbiamo appreso per poter fare una nuova esperienza, che viene poi codificata nel cervello. Quanto viene presentato da Evolvi il tuo cervello è un processo che può indurre il cervello a compiere un salto quantico, superando certi circuiti neurali che ci sono stati trasmessi genericamente, e codificando nuove esperienze ed informazioni. Quando evolviamo al di là degli stati di sopravvivenza primitivi codificati nei circuiti permanenti del nostro cervello, accendiamo nuovi pensieri (che producono nuove sostanze chimiche), cambiamo le nostre idee (il che altera i messaggi chimici diretti al nostro corpo) e modifichiamo il nostro comportamento (creando un'esperienza del tutto nuova, e facendo così intervenire nuove sostanze chimiche che influiscono sulle nostre cellule), siamo sul cammino dell'evoluzione. Tutti abbiamo determinate abitudini e tendenze, sia ereditate geneticamente che ricevute attraverso il condizionamento dell'ambiente che ci circonda. L'evoluzione personale ci richiede di troncare l'abitudine di essere noi stessi e di diventare più grandi del nostro ambiente. Noi evadiamo dalla nostra routine e dalle reazioni e comportamenti emozionali abituali apprendendo nuove conoscenze e facendo nuove esperienze. Nei primi stadi dell'apprendimento, ci confrontiamo con la novità. In seguito vi sono dei periodi in cui rivediamo ed interiorizziamo i nuovi stimoli, mentre iniziamo a renderli familiari o noti. Entro il termine di ogni processo di apprendimento, qualunque comportamento o compito appreso può diventare routine, o addirittura automatico. La nostra capacità di processare ciò che è sconosciuto trasformandolo in conosciuto, ciò che non è familiare in familiare, ciò che è nuovo in routine, è la strada per la nostra evoluzione personale.


I programmi o le scuole di saggezza sono necessari per evolvere il nostro cervello?
In Evolvi il tuo cervello, delineo un semplice processo di acquisizione della conoscenza: ottenere delle istruzioni, applicare ciò che abbiamo appreso, e ricevere un riscontro; è in questo modo che evolviamo il nostro cervello. Passiamo dal pensare al fare e all'essere. Questo processo sequenziale ci consente di cambiare. Se vogliamo evolvere nel modo più efficace io raccomando, e ne ho constatato l'importanza nella mia esperienza personale, di trovare delle istruzioni che provengano da chi è diventato maestro di ciò che vogliamo imparare. Esistono molti eccellenti individui, programmi, ed istituzioni, alcuni dei quali sono menzionati in questo libro, che possono aiutarci ad acquisire nuove informazioni, applicare quello che abbiamo appreso, fare nuove esperienze, ed iniziare a modificare il nostro comportamento. Ogni persona deve decidere per conto proprio se per lei sia più adatto incominciare con piccoli cambiamenti, o facendo salti giganteschi. Nel libro dico diverse volte che la mia istruzione personale ha incluso 17 anni come studente della Scuola di Illuminazione di Ramtha nel Nordovest del Pacifico, e che ho insegnato in quella scuola per sette anni circa. Chi ha interessi per la crescita spirituale o personale che vanno al di là delle convenzioni potrà consultare i programmi di addestramento, i libri, e l'altro materiale illustrativo sulla RSE; nella mia bibliografia ho incluso le informazioni riguardanti i contatti.


Joe Dispenza© 2007 per gentile concessione
hcibooks è la casa editrice che ha pubblicato il libro in lingua originale - kimw@hcibooks.com

Chi è Joe Dispenza, D.C
Ha studiato biochimica alla Rutgers University del New Brunswick, N.J. Ha ricevuto il dottorato con magna lode in chiropratica alla Life University di Atlanta, Georgia,. Di seguito ha continuato attraverso master successivi la sua formazione in neurologia, neurofisiologia e il funzionamento del cervello.
E' uno tra I 14 scienziati, ricercatori e insegnanti che ha preso parte al multipremiato film "What the Bleep Do We Know!?"TM. Dr. Joe è stato uno studente della RSE (Ramtha's School of Enlightenment) una scuola contemporanea di antica saggezza situata negli USA, dove ha imparato a creare la sua giornata è ha personalmente sperimentato come il cervello, la coscienza e l'intenzione lavorino insieme per creare la realtà nelle sue innumerevoli forme sia che si tratti di un giorno, un evento, un oggetto, o un futuro.
La sua nuova serie di DVD, Your Immortal Brain, guarda ai vari modi con cui è possibile usare il cervello umano ai fini di creare la realtà grazie alla padronanza dei pensieri.


Su http://www.scienzaeconoscenza.it/articolo.php?id=12787 

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novembre 2007

IL PENSIERO E LA GUARIGIONE

Legge di attrazione

La legge di attrazione dice che i simili si attraggono, ma in realtà si sta parlando a livello di pensiero.
“Quando lo vedi nella tua mente, ce l’hai a portata di mano”
L’effetto placebo è un esempio di legge di attrazione: quando un paziente crede veramente che la pastiglia costituisca una cura, riceve quello che crede e viene curato!
La legge di attrazione è una legge di Natura; è impersonale e non fa distinzione tra cose buone e cattive: capta i nostri pensieri e ce li trasmette come esperienze di vita.
Quello che noi pensiamo poi lo viviamo!

Quando pensiamo a cose che vogliamo veramente concentriamo su di esse tutte le nostre intenzioni, e la legge di attrazione darà esattamente quello che abbiamo desiderato. Ma quando focalizziamo la nostra attenzione sulle cose che non vogliamo (“non voglio fare tardi”, “non voglio ammalarmi”, “non voglio morire”, ecc.) la legge di attrazione non presterà ascolto al fatto che non le vogliamo, ma procurerà le cose che stiamo pensando, e infatti poi si verificheranno puntualmente.
La legge di attrazione non tiene conto dei “no”, dei “non” o qualsiasi altra negazione.

Per esempio:
“Non voglio fare tardi”              
à “voglio fare tardi”
“Non voglio ammalarmi”           
à “voglio ammalarmi”
“Non voglio litigare”                  
à “voglio litigare”

La legge di attrazione ci dà quello a cui stiamo pensando!

I pensieri  
I pensieri diventano le cose che si concretizzano nella vita. 
I pensieri in pratica si trasformano in cose reali!
Mentre si pensa, i pensieri vengono proiettati nell’Universo e attraggono magneticamente tutte le cose simili che si trovano sulla medesima frequenza.
Tutto quello che viene emesso fa ritorno alla sorgente, e la sorgente siamo noi!

IL PROCESSO CREATIVO

1° passo: CHIEDI
Diamo un ordine all’Universo, facciamogli sapere che cosa vogliamo. L’Universo reagirà ai nostri pensieri, ma se non abbiamo le idee chiare la legge di attrazione non potrà portare quello che vogliamo!

2° passo: CREDI
Crediamo che ciò che vogliamo sia già nostro!
Dobbiamo credere di aver ricevuto quello che abbiamo chiesto. Dobbiamo sapere che ciò che vogliamo è nostro nel momento in cui lo chiediamo. Necessità una fede totale e assoluta.
Nel momento in cui chiediamo, e crediamo sapendo di avere già a livello invisibile quello che vogliamo, l’intero Universo si muove per portarlo anche a livello visibile, cioè  reale.
Dobbiamo agire, parlare e pensare come se lo stessimo ricevendo ora, perché l’Universo è uno specchio e la legge di attrazione ci rimanda l’immagine dei nostri pensieri dominanti.

3° passo: RICEVI                                                   
Cominciamo a sentirci meravigliosamente bene all’idea di ricevere quello che abbiamo chiesto. Immaginiamo e viviamo come ci sentiremo quando arriverà, ma immaginiamolo adesso, in questo momento!
Quando abbiamo chiesto, crediamo di averlo ricevuto e tutto quello che resta da fare per averlo è sentirsi bene. Quando stiamo bene siamo sulla frequenza dell’accoglienza, siamo sulla frequenza che fa arrivare tutte le cose buone e riceveremo quello che abbiamo chiesto.
Quando sentiamo di averlo già e la sensazione è così reale che ti sembra di esserne già in possesso, credi di averlo ricevuto e lo riceverai!
Se crediamo a qualcosa solo a livello intellettuale, ma senza il supporto di un’emozione corrispondente, è inevitabile che abbiamo abbastanza forza per attrarre ciò che vogliamo nella vita. Dobbiamo sentirlo!

“Tutto quello che voi chiederete pregando,
credete di averlo già ottenuto e vi avverrà”
[ Matteo 11:24 ]

La gratitudine
La gratitudine è senz’altro il sistema migliore per far arrivare più cose nella nostra vita.
La pratica della gratitudine è una delle vie attraverso le quali arriva la ricchezza, qualsiasi essa sia.
Quando ringraziamo come se avessimo già ricevuto quello che volevamo, trasmettiamo un potente segnale all’Universo. Il segnale comunica che possediamo già quella cosa, dato che proviamo gratitudine per il fatto di averla.
Ogni mattina proviamo gratitudine per la giornata che ci aspetta, come se l’avessi già vissuta!

“Realizziamo qualunque cosa pensiamo e per la quale esprimiamo gratitudine”
Dottor John Demartini

Il processo di visualizzazione
Il motivo per cui la visualizzazione è così efficace dipende dal fatto che creiamo nella mente delle immagini in cui ci vediamo già in possesso di quello che vogliamo, dando origine a pensieri e sensazioni ed emozioni che proveremo se quella cosa fosse nostra.
La visualizzazione è un pensiero focalizzato con intensità sulle immagini, e per questo produce emozioni ugualmente intense. La visualizzazione invia questa intensa frequenza all’Universo che risponde restituendo le immagini come le abbiamo viste nella mente.

“Decidi cosa vuoi avere. Credi di poterlo avere. Credi di meritartelo e di averlo a portata di mano. Poi chiudi gli occhi per qualche minuto e visualizzati in possesso di quello che vuoi, prova le sensazioni che avresti se fosse già tuo. Esci dalla visualizzazione e concentrati sulla gratitudine che già provi, e goditi davvero il possesso di quella cosa. Poi riprendi le tue attività normali e affida tutto all’Universo, confidando nel fatto che saprà come farti avere ciò che vuoi”. Jack Canfield

Neville Goddard consiglia un metodo di riflettere sugli eventi della giornata prima di andare a letto. Se un avvenimento o un momento non andato secondo i tuoi desideri, ripetilo mentalmente in un modo che ti entusiasmi. Ricreando quegli episodi nella tua mente proprio come li vuoi, ripulisci la frequenza dall’energia di quella giornata ed emetti un nuovo segnale e una nuova frequenza per l’indomani: hai così creato nuove immagini per il tuo futuro.

“L’immaginazione è tutto. E’ l’anteprima delle attrazioni che la vita ci riserva”
Albert Einstein (1879-1955)

Il segreto della salute
Il nostro corpo è il prodotto dei nostri pensieri. 
Pensare alla salute perfetta è qualcosa che chiunque di noi può fare a livello interiore, indipendentemente da quello che ci succede intorno e all’esterno.
La nostra fisiologia crea la malattia per darci un feedback, per farci sapere che abbiamo una prospettiva sbilanciata o che in quel momento non proviamo amore e gratitudine.
I segnali e i sintomi fisici in questa ottica non sono così terribili.
L’amore e la gratitudine dissolvono ogni negatività nella nostra vita.
Il riso attrae la gioia, elimina la negatività e produce cure miracolose.

“Non c’è posto per la malattia in un corpo sano dal punto di vista emozionale. Il tuo corpo elimina milioni di cellule al secondo e nello stesso tempo ne crea milioni di nuove”. Bob Proctor

La scienza ha dimostrato che il nostro corpo viene completamente sostituto nel giro di pochi anni, com’è possibile allora che quella particolare degenerazione o malattia vi rimanga per anni? Può essere trattenuta nel nostro corpo solo dal pensiero, dall’osservazione della malattia e dall’attenzione che le si presta.

Formulare pensieri di protezione
Formuliamo pensieri di protezione. Non c’è posto per la malattia in un corpo dotato di pensieri armoniosi. I pensieri imperfetti sono causa di tutte le disgrazie dell’umanità, compresa la malattia, la povertà e l’infelicità.
Formulo pensieri perfetti. Vedo solo perfezione. Io sono la perfezione
Se abbiamo una malattia e ci concentriamo su di essa parlandone agli altri, finiamo per produrre altre cellule malate. Immaginiamo di vivere in un corpo perfettamente sano.
Parlare in continuazione della malattia alla gente, significa pensarci sempre.

La causa della malattia sta nel pensiero per cui è bene ripetere spesso: “Sto magnificamente. Mi sento proprio bene”, e senti che è davvero così.
Quando le persone si concentrano completamente su ciò che non va e sui loro sintomi, non fanno altro che perpetuare quella situazione. La guarigione non avverrà finché non avranno spostato l’attenzione della malattia alla salute. Così funziona la legge di attrazione.
Non dobbiamo lottare per liberarci dalla malattia, già il semplice lasciar andare i pensieri negativi consentirà al nostra naturale stato di salute di emergere dentro di noi. E il nostro corpo provvederà alla guarigione.  

La Mente universale Unica
La meccanica quantistica lo conferma, e anche la cosmologia quantistica: L'Universo nasce dal pensiero e tutta la materia da cui siamo circondati è semplicemente pensiero precipitato. In definitiva siamo la fonte dell'Universo (...)
Quindi il tipo di corpo in termini di salute e il tipo di ambiente che creiamo dipende da come usiamo questo potere, se in modo positivo o negativo. 

Sii consapevole dei tuoi pensieri
Tutto il potere risiede nella consapevolezza di esserne dotato e consiste nel continuare a esserne cosciente
Come si fa a diventare più consapevoli? Un metodo è quello di fermarti e chiederti: "Che cosa sto pensando in questo momento? Quali sono le mie sensazioni adesso?" Nell'istante in cui te lo chiedi sei consapevole, perché hai portato la tua mente al momento presente.
Ogni volta che ci pensi, fà in modo di tornare alla consapevolezza del qui e ora. Fallo centinaia di volte al giorno perché, ricordatelo bene, tutto il potere è racchiuso nel tuo esserne consapevole.

"La verità assoluta è che 'l'Io' è perfetto e completo;
il vero 'Io' è spirituale e quindi non può mai essere meno che perfetto;
non può mai soffrire di mancanze, limitazioni o malattie"
Charles Haanel (1866-1949)

Tratto da Ronda Byrne, The Secret-Il Segreto – Macro Edizioni

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Ottobre 2007

Intervista a Daniel Goleman

tratta da Hamlet rivista dell'AIDP (Associazione Italiana Direttori del Personale) Conoscere se stessi è una capacità fondamentale anche per la gestione dello stress e delle reazioni emotive...

L'autoconsapevolezza è la base per l'autocontrollo, il dominio di sé. Chi ha una scarsa consapevolezza di sé tende a dimenticare le proprie debolezze e allo stesso tempo non avrà la fiducia in se stesso che deriva dalla sicurezza sui propri punti di forza. Controllare le reazioni emotive e gestire le pressioni porta a non assumere atteggiamenti instabili e a non avere eccessi di collera con gli altri. Controllare le proprie reazioni emotive significa sia essere capace di pensare chiaramente in condizioni di stress e prendere quindi buone decisioni, sia non "contaminare" le acque delle relazioni interpersonali con atteggiamenti aggressivi o scostanti. Anche la salute fisica è correlata alle reazioni emotive: molti problemi clinici sono legati a un mancato controllo dello stress. Fra le competenze emotive quelle più importanti sono: l'integrità, che trasmette alle persone la sensazione che si possono fidare; la spinta al miglioramento, che porta i collaboratori a prendere l'iniziativa e non diventare semplici esecutori; l'empatia o la consapevolezza dei sentimenti, delle esigenze e degli interessi degli altri. Quest'ultima è la competenza base per una ulteriore abilità, quella di persuadere e influenzare gli altri. Il leader, infatti, svolge il suo lavoro attraverso e grazie al lavoro di altre persone e quindi deve essere capace di trarre ispirazione da loro e muoverle all'azione. Empatia significa interesse attivo per le preoccupazioni degli altri, percezione delle esigenze di sviluppo delle capacità e risalto delle potenzialità e delle abilità, capacità di sfruttare la diversità come risorsa. L'abilità di collaborare si basa sull'empatia, sulla capacità di interpretare e saper leggere le correnti emotive e i rapporti di potere in un gruppo.
Riassumendo, l'abilità principale del leader è "non essere analfabeta delle emozioni", in altri termini, non essere ignaro di un intero regno della realtà essenziale per avere successo nella vita nel suo complesso, non solo lavorativa.

Nella sua esperienza, i leader sono consapevoli del prezzo da pagare per il potere e il successo (l'isolamento, il sacrificio della vita privata...)?
Senza dubbio tutti quelli elencati sono prezzi da pagare o aspetti da mettere in conto in una carriera lavorativa. Ce n'è un altro, una conseguenza dell'isolamento. Mi riferisco al pericolo di essere isolati dal flusso di informazioni cruciali che impediscono al leader di prendere decisioni corrette e valide per mancanza di dati sufficienti. L'autoconsapevolezza è importante e determinante anche per questo problema. Il leader potrà infatti rendersi conto se la sua vita è sbilanciata, se sta soffrendo anche dal punto di vista fisico o se la sua vita privata è inesistente ed è stata troppo sacrificata per il lavoro solo se saprà guardarsi dentro e se conoscerà le sue possibilità e i suoi limiti.

Qual è il miglior training manageriale per lo sviluppo di un leader?
Il modello adottato nel passato non è più sufficiente per il futuro. In particolare ci si focalizza troppo su skill analitiche o tecniche, sulle competenze cognitive che sono sempre necessarie ma non più sufficienti per uno stile di leadership efficace. Una buona leadership deve includere le competenze emotive. Nei programmi di training del passato, per esempio per l'Mba, non si consideravano questi aspetti soft. Questa è una grave carenza che non si può più ammettere.

Quando le grosse aziende inseriranno nelle job description anche le competenze emotive a fianco di quelle tecniche?
Molte aziende hanno cominciato da poco a fare questo anche se non lo "pubblicizzano" né all'interno né all'esterno. Gli studi su cui ho basato il mio ultimo libro sono frutto di esperimenti avviati in alcune aziende. Anzi sono state proprio queste a spingere uno studio approfondito sul tema perché tutte interessate a conoscere quali possono essere gli ingredienti per aumentare la performance in ogni tipo di lavoro e in particolare nell'esercizio della leadership. L'identificazione di queste competenze non è solo un interesse delle aziende ma anche delle società di head hunting, che hanno iniziato a selezionare manager di alto livello anche verificando la presenza di competenze emotive. Le competenze tecniche e il quoziente di intelligenza sono considerate sempre più la soglia minima per svolgere un lavoro. La sfida è trovare persone con una intelligenza emotiva sufficiente per essere dei leader distintivi, anche perché è stato statisticamente provato che vi sono ricadute positive anche a livello di fatturato e obiettivi economici. Nel mio libro cito l'esempio della Pepsi Cola, uno studio svolto a livello mondiale e che ha coinvolto anche l'Italia. Gli alti dirigenti che sono risultati forti in almeno sei competenze emotive hanno superato gli obiettivi assegnati del 15-20%. Le competenze che più spesso hanno portato al successo sono state: l'iniziativa, intesa come spinta a realizzare i propri obiettivi e adattabilità; l'influenza, intesa come capacità di leadership e consapevolezza politica delle dinamiche di gruppo; e l'empatia, intesa come fiducia in se stessi e capacità di valorizzare gli altri. I dirigenti che non sono risultati possedere queste competenze hanno dato prestazioni inferiori in misura quasi pari al 20 per cento.

Si possono misurare le competenze emotive di un leader?
Sicuramente. Il sistema di valutazione detto "360 degree feedback" è senza dubbio il più valido per misurare le competenze emotive. Si tratta innanzitutto di un sistema che ha come obiettivo non il controllo, ma lo sviluppo delle persone, il miglioramento della performance e della partecipazione agli obiettivi aziendali. Secondo questo sistema, la valutazione delle persone sulle 24 competenze emotive descritte nel libro viene effettuata non solo dal capo, ma anche dai colleghi e dai collaboratori, i clienti interni di ciascuno di noi. Si possono così inquadrare i punti di forza e di debolezza, averne consapevolezza e utilizzarli come leva per migliorare. Un aspetto importante è che le competenze emotive si possono apprendere e migliorare in ogni momento della vita lavorativa. Il primo passo, e il più importante, è in ogni caso l'autodiagnosi, e il multisource assessment, la valutazione a 360° da più punti di vista, è lo strumento migliore per acquisire una consapevolezza emotiva, riconoscere cioè le proprie emozioni e i loro effetti nel rapporto con gli altri. Attraverso una accurata autovalutazione dei limiti e dei punti di forza emersi si potrà acquisire una maggiore fiducia in se stessi (sicurezza del proprio valore e delle proprie capacità) e ottenere performance sempre migliori.

Ricevuto da team@6seconds.org
http://italia.6seconds.org/modules.php?name=News&file=article&sid=10
 

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LUGLIO 2007

AZIENDE DA AMARE

In un mondo che cambia ad alta velocità, le imprese devono conquistare i talenti usando strumenti diversi da quelli tradizionali. Joshua Freedman, intervistato da Antonio Dini, spiega quanto conta l'intelligenza emotiva.

Ci vuole un'avvertenza particolare prima di incontrare Joshua Freedman, ricercatore e studioso della performance aziendale e consulente internazionale di questo tema. I suoi libri- l'ultimo dei quali, Intelligenza emotiva, è pubblicato da Il Sole 24 Ore- ne sono una prova vivente: il mondo al quale fa riferimento non è applicabile letteralmente a tutti i contesti. Ma, riuscendo a guardare con una lente interpretativa sufficientemente affinata, la sua visione in realtà comunica soprattutto in Italia molto più di quel che non si possa immaginare. Non si tratta infatti solo di una teoria "new age" su come migliorare la performance nel business inserendo un "tocco umano" e "più sensibilità".

E' una visione più ampia, una delle più chiare manifestazioni che qualcosa si muove: stiamo assistendo probabilmente a un cambiamento profondo del mondo degli affari e non solo, a velocità accelerata e in un arco di tempo nel quale cinque anni sono diventati un'era geologica. Freedman testimonia un aspetto di questo cambiamento, grazie a una ricetta originale che sta interessando i vertici di numerose multinazionali come di piccole start up e piccole ma dinamiche imprese in Paesi di tutto il mondo. L'emozione conta.

Mister Freedman, cosa vuol dire che il mondo sta cambiando?

Ritengo che oggi se vuoi guidare una azienda devi avere un tipo di sensibilità diversa, nuova. Qualcosa di differente rispetto al passato, di certo molto lontano dallo spirito puro e selvaggio del capitalismo che nell'Ottocento ha segnato conflitti e contrasti durissimi. Bisogna capire la velocità dell'innovazione.

In che senso?

Oggi più che mai è necessario venir fuori con nuovi tipi di innovazione, con forme di crescita che siano anche radicalmente differenti dal passato. Sono necessarie la trasparenza e l'apertura delle aziende quotate in Borsa: Google con il caso della censura in Cina ne è un esempio. Non raccogli consenso e capitali solamente facendo business, ma anche facendolo in modo etico. Però l'etica è solo uno degli aspetti in gioco: la leadership all'interno di un'azienda è diventata qualcosa di molto complesso.

Questo vuol dire che stanno cambiando le persone che lavorano nelle aziende?

Certo, stakeholders, azionisti e dipendenti sono figure che si sovrappongono sempre più. Ma anche per chi non è quotato in Borsa, la capacità di essere attrattivo verso i giovani con talento, capaci cioè di innovare e portare sangue nuovo e successi in azienda, richiede un diverso approccio. Le generazioni più giovani sono mobili, non amano ripetere sul lavoro gli stessi schemi in maniera indefinita. Non si tratta di una élite, bensì di un numero talmente ampio da essere oramai rilevante in quasi tutti i settori.

Quali sono gli elementi richiesti per una leadership dell'azienda?

Ci vogliono in parte le solite cose, non mi fraintenda: attenzione ai dettagli, pianificazione accurata, capacità di sviluppare piani industriali e commerciali. Ma c'è di più. Ci vuole anche una cosa nuova che si chiama fiducia. Bisogna essere credibili. Le cose che le aziende comunicano sono anche non verbali. Cioè, si tratta di elementi emozionali. Sono dieci anni che studio questi fenomeni, e sono giunto a una conclusione importante.

Quale?

Che nei momenti di cambiamento sistemico come questo, la cosa più importante, sono le persone. Le persone, cioè, sono più importanti delle aziende. Oggi non si compete con le aziende, ma con le persone che le formano. Quindi, il problema è come attrarre le persone che siano in grado di fare la differenza. E qui, così come per l'esterno, anche all'interno dell'azienda è importante capire che chi ha talento non si attrae sono con i soldi. Perchè si tratta di persone nuove, che ritengono che sia importante amare quel che fanno. E le aziende devono mettersi in condizione di essere amate.

Come fa un'azienda a farsi amare?

E' compito dei suoi leader, coloro i quali devono saper usare un'intelligenza emotiva e non solo freddamente razionale. Devono creare una comunità di innovatori, un senso di appartenenza e di libertà, dare l'idea che si sta cambiando qualcosa con il proprio lavoro e che il cambiamento tende verso il meglio. Siamo agli antipodi rispetto alla logica dei grandi speculatori che costruirono la ferrovia transcontinentale attraverso gli Stati Uniti, arricchendosi in maniera oscena con scorrettezze e ruberie a scapito di centinaia di migliaia di sventurati. Oggi le persone contano tantissimo, più delle aziende e dei soldi.

Quali sono le dimensioni del cambiamento sociale ed economico di cui parla?

Si estende in tutto il mondo. Lo si può vedere meglio in alcuni contesti, per motivi differenti. Mi viene in mente l'Asia con due esempi: Singapore e la Cina. Entrambe stanno costruendo società innovative, anche se in modo differente e con motivazioni (e numero di persone coinvolte) differenti. Una delle chiavi, in questo tipo di società e d'impresa è la condivisione delle informazioni, che oggi vengono tenute al chiuso come risorsa di potere. Invece, la loro condivisione è fondamentale.

Come cambia lo stile dei manager che devono gestire le aziende?

Radicalmente. Devono capire che si trovano di fronte a un modo di ragionare differente, in cui conta molto la capacità di motivare e ispirare fiducia, di parlare una lingua differente da quella che, per generazioni, hanno con tutta probabilità imparato nelle business school o sul campo venti o trent'anni fa. Per alcuni, nella mia esperienza di consulente, non è affatto difficile. In qualche caso, ci sono dirigenti d'azienda che sono molto più avanti dei tempi. Ma in altri casi è praticamente impossibile: c'è un rifiuto di comprendere, un'incapacità di fare cose che non si capiscono e che quindi si rigettano. Integrità, fiducia, visione e capacità di adattamento in un momento di profondi e rapidi cambiamenti. Non è per niente facile agire in questo contesto.

Perchè?

La reazioni istintiva di fronte al cambiamento improvviso, che è percepito come un pericolo, è combatterlo o fuggire. Sono due risposte sbagliate: serve la creatività, l'unico modo che abbiamo per rendere le minacce di oggi un ricordo del passato. L'intelligenza emotiva è la chiave per aiutarci in questo.

Come?

Prenda ad esempio la qualità fondamentale di un innovatore. La curiosità. E' strettamente necessaria, oggi. Ma la curiosità non è un dato razionale che si possa scrivere su un foglio di Excel o in una scheda del personale. Non è neanche misurabile. E' un sentimento. E' una delle chiavi per capire che sono le emozioni che guidano la performance aziendale. Capire che in un'azienda, così come in un mercato, le persone non si comportano a caso, ma seguono le proprie idee e soprattutto le proprie emozioni permette di gestire molto meglio la performance. Permette di ottenere risultati che altrimenti non sarebbero possibili oggi.

Fino a che punto è importante, oggi, il talento nelle imprese?

E' una necessità fondamentale. E' necessario infatti convincere le persone a portare i loro talenti sul lavoro, a utilizzarli ogni giorno. Sono la chiave per essere innovativi e competitivi. Oggi succede ancora troppo spesso il contrario, e cioè che si portino a casa dal lavoro le pressioni e le conseguenze psicologiche degli errori che vengono commessi al lavoro. Invece, bisognerebbe fare esattamente il contrario e portare la freschezza e la capacità di innovare da casa, dal proprio privato, sul lavoro. Noi lavoriamo per realizzare strumenti che consentano di capire e offrono una base oggettiva ai sentimenti, ai modi di svilupparli e di gestirli, di comprenderli e trovare il modo per renderli funzionali in azienda. E non c'è una vera alternativa: chi non innova deve essere più intelligente di prima, usando risorse come l'emotività che finora non erano mai state prese seriamente in considerazione.

Chi è Joshua Freedman

Joshua Freedman, recita il suo stringato profilo, “svolge attività di ricerca, consulenza e formazione a livello mondiale”. Di persona il quarantenne americano chiarisce: «Non è importante il curriculum quanto la passione e il modo con il quale si lavora». Quello che è stato definito un “guru dei consigli di amministrazione”, chiamato dai vertici delle grandi come delle piccole aziende a spiegare in quale modo migliorare la performance aziendale, veste solitamente in modo casual e non cerca di impressionare gli interlocutori con l’aggressività tipica dei “Testosterone Ceo”, gli amministratori delegati che negli ultimi vent’anni hanno fatto delle loro personalità esuberanti una chiave per ammaliare dipendenti, consigli di amministrazione e azionisti. Per Six Seconds EQ Networks, la società californiana di formazione e consulenza non-profit, attiva in tutto il mondo, che lavora allo sviluppo dell’intelligenza emotiva, ha la funzione di direttore dei programmi; mentre è al vertice dell’Institute for Organizational Performance. Ha insegnato i suoi metodi a decine di formatori e consulenti di tutto il mondo che lavorano nei network della Six Seconds e dell’Institute.

Intervista a Joshua Freedman, pubblicata su L'Impresa (n 3, MAGGIO 2007). In un mondo in continuo mutamento, quanto conta l'Intelligenza Emotiva?

Ricevuto da team@6seconds.org
http://italia.6seconds.org/modules.php?name=News&file=article&sid=126 

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LE ETA' DELLA MENTE

Alle origini dell’individualità

“La mente del bambino, come sappiamo osservandone il comportamento e come hanno dimostrato gli studi di generazioni di psicologi, è fondamentalmente diversa da quella di un adulto: un bambino piccolo pensa e si emoziona in modo differente rispetto a un bambino più grandicello, un adolescente, un adulto. Queste differenze non sono tanto di tipo quantitativo, non dipendono cioè dal fatto che la mente di un bambino sia ancora <<in miniatura>>, quanto di tipo qualitativo: esse non rispecchiano soltanto un diverso numero di esperienze e adattamenti ma anche un diverso grado di maturazione dei sensi e delle capacità motorie e cognitive… A partire dalla nascita, sensi, movimenti, pensiero, emozioni si trasformano gradualmente, passando attraverso stadi diversi che, come gradini di una scala, consentono di raggiungere capacità sempre più elevate… Lo studio del comportamento di un feto, di un neonato, di un lattante o di un bambino indica una forte sincronia tra sviluppo del cervello e sviluppo della mente e sottolinea la presenza di un programma genetico, ma anche di una estrema capacità del cervello di adattare e modificare le sue caratteristiche strutturali e le sue funzioni alle necessità del momento. Le nostre conoscenze sullo sviluppo della mente sono molto recenti e si basano su un’alleanza tra psicologia dello sviluppo e neuroscienza, possibile grazie a nuovi strumenti di studio della mente e del cervello: questi hanno permesso di identificare con precisione le tappe della maturazione delle diverse aree e strutture nervose e quindi di mettere in rapporto un particolare aspetto del comportamento con una particolare struttura cerebrale… Quando parliamo del cervello, il primo punto da considerare è l’estrema individualità cerebrale e, di conseguenza, mentale: non esistono due cervelli identici e, anche in caso di clonazione…, i cloni possiedono un cervello non coincidente. (…)

Sintonizzarsi col mondo

Per poter applicarsi, concentrasi, interessarsi agli altri e al mondo che lo circonda, un bambino deve godere di una sufficiente tranquillità emotiva: se è stressato, preoccupato intimorito, molto insicuro, impegnerà tutte le sue energie a difendersi, a cercare protezione, a isolarsi da quelle situazioni che gli procurano ansia e lo fanno soffrire. Un bambino con una scarsa autostima o notevoli problemi familiari, maltrattato o non amato va quindi più facilmente incontro a difficoltà di apprendimento, che possono ostacolare la sua crescita intellettiva e la sua formazione culturale. E se alcuni riescono, nonostante tutto, a crearsi spazi mentali di tranquillità in cui immergersi nei momenti critici, altri invece non ci riescono per vari motivi; il primo di questi è la mancanza di un buon attaccamento nei primi 3 anni di vita.
Nel corso dell’età evolutiva la mente non si sviluppa in un vuoto ma anche grazie al clima affettivo che regna in famiglia e al rapporto che il bambino instaura fin dall’inizio con le proprie figure di attaccamento, in particolare i genitori. Un cattivo rapporto con queste figure di riferimento può ostacolare la naturale curiosità, creare un clima di sospetto e di paura e portare a un ripiegamento difensivo su se stessi. Crescere in un clima sereno, disporre di una <<base sicura>> cui fare riferimento e da cui trarre fiducia è fondamentale nell’infanzia. (…) per sopravvivere un neonato … ha bisogno che qualcuno si occupi di lui, non soltanto per alimentarlo e coprirlo, ma anche per trasmettergli con la presenza e le interazioni, sicurezza e ottimismo. (…) Egli trae dunque la propria sicurezza non soltanto da quelle competenze che la maturazione fa emergere e che gli consentono di controllare sempre meglio la realtà, ma anche dal modo in cui gli altri gli rispondono e interagiscono: dal fatto che lo rassicurino, che capiscano le sue esigenze, che lo incoraggino, che gli trasmettano gioia e ottimismo, che gli mostrino in quanti modi si può entrare in relazione con le persone e suscitare il loro interesse.”

Alberto Oliviero, Anna Oliviero Ferraris – LE ETA’ DELLA MENTE – RIZZOLI

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GIUGNO 2007

FACCIAMO FINTA CHE SIANO LE NOVE E TRENTA DEL MATTINO…

”Fin dal momento in cui ti svegli, migliaia di cose vanno per il verso giusto. Per qualche strana magia di cui non ti rendi pienamente conto, respiri ancora e il tuo cuore continua a battere anche se sei rimasto incosciente per ore. Proprio come prima di andare a dormire, l’aria che respiri e’ composta di elementi che soddisfano esattamente le tue necessità.
Ci vedi! La luce multicolore arriva ai tuoi occhi, registrata da nervi che hanno richiesto milioni di anni per essere perfezionati. Questo dono affascinante ti e’ concesso da una sfera infuocato di grandezza inimmaginabile, il sole, che attraverso continue esplosioni nucleari si trasforma in luce, calore ed energia.

Lo sapevi che il sole si trova a una distanza perfetta? Se fosse più vicino friggeresti, se fosse leggermente più lontano moriresti congelato. Ma lui ci regala ancora un’altra benedizione: ogni giorno sorge su una linea dell’orizzonte a oriente, in perfetto orario, e lo fa da molto tempo prima che tu nascessi.
A proposito, ti ricordi il momento in cui sei venuto al mondo? E’ stato un miracolo difficile, frutto del duro lavoro di molte persone. Un altro miracolo e’ il fatto che da quel momento in poi hai continuato a crescere, grazie a milioni di cellule che nascono dentro di te per sostituire quelle vecchie. E tutto questo accade anche se non te ne accorgi.
Anche oggi ti sei svegliato nella tua cuccia a temperatura controllata. Hai una casa! Il letto e il cuscino sono morbidi, le coperte ti tengono al caldo. La corrente elettrica c’e’, come sempre. In qualche modo che intuisci appena, da qualche parte un’enorme centrale sta trasformando il combustibile in energia elettrica, che poi arriva fino a te attraverso cavi quasi invisibili nell’esatta quantità di cui hai bisogno. E tu, per controllarne il flusso, devi solo sfiorare l’interruttore con un dito.

Cammini! Le tue gambe funzionano a meraviglia, Il cuore mette in circolo il sangue per dare energia ai muscoli dei piedi, dei polpacci e delle cosce, e quando il sangue e’ stanco torna verso il cuore per ritrovare freschezza e vigore. Questo miracolo si ripete in ogni istante della tua vita.
Forse la tua casa non e’ una reggia ma e’ comoda e spaziosa in confronto a quelle del passato. Il pavimento non e’ sconnesso, le porte e le finestre si aprono senza sforzi ne’ cigolii. Quali individui geniali hanno costruito questo santuario? Dove hanno imparato quest’arte?
Nel bagno lo scarico funziona perfettamente, proprio come gli altri accessori. Hai a disposizione saponi, creme, rasoi, forbicine e tutto il necessario per lavarsi i denti: tante cose utili alla tua igiene personale, che migliorano il tuo aspetto fisico. Sai per certo che alcuni ignoti scienziati hanno testato questo oggetti per far sì che tu li usassi in assoluta sicurezza.
E’ straordinario che l’acqua di cui hai così bisogno sgorghi dal rubinetto sempre nella quantità e alla temperatura che preferisci, è limpida e pura: sai che non contiene parassiti. Da qualche parte, qualcuno sta lavorando perché queste meraviglie ti siano sempre garantite.
Guarda le tue mani: sono delle creazioni stupefacenti, che ti permettono di compiere mille azioni diverse con forza e grazia infinita. Le tue mani assaporano il piacere di toccare migliaia di consistenze differenti e, oltretutto, sono belle da vedere.
L’armadio e’ pieno di vestiti che ti piace indossare. Chi ha raccolto il materiale per tessere le stoffe? Chi gli ha dato quei colori, chi li ha cuciti per te?
In cucina ti aspettano cibi appetitosi e ben confezionati. Persone che non conosci hanno lavorato duramente per coltivarli, lavorarli e farli arrivare nel negozio in cui li hai comprati. Nella storia del mondo, il palato non ha mai avuto un tale imbarazzo della scelta.
I tuoi elettrodomestici funzionano in maniera impeccabile. Sono alimentati dalla corrente elettrica, che potrebbe fulminarti all’istante, ma tu non avverti mai un senso di pericolo quando li tocchi. Perchè? La fiducia che riponi nelle persone che hanno costruito queste macchine e’ a dir poco commovente.
E’ come se ci fosse una benevola cospirazione di ignoti che crea instancabilmente centinaia di cose che ti servono e ti piacciono.
Ma c’e’ di più. La gravità agisce sempre allo stesso modo, esercitando su di te una forza ne’ eccessiva, ne’ troppo debole. Da dove nasce questa meraviglia? Per quale motivo? In realtà non e’ importante saperlo: la forza di gravità continuerà a comportarsi con efficienza anche se tu non ne capirai il perchè.
Nel frattempo, miliardi di altri elementi che compongono il miracoloso disegno della natura si esprimono alla perfezione: le piante crescono, i fiumi scorrono, le nuvole si rincorrono, i venti soffiano e gli animali si riproducono. Il clima e’ un’affascinante combinazione di variabili che non si ripetono mai. Anche se non te ne rendi conto, ogni giorno assapori le mutevoli sensazioni della luce e della temperatura che giocano con il tuo corpo.
Ma c’e’ di più. Puoi sentire odori e sapori che ti piacciono. Puoi pensare! Ti e’ stato concesso lo straordinario dono della consapevolezza. Provi sentimenti! Ti rendi conto di quanto e’ sorprendente questa misteriosa facoltà? E non dimenticare che puoi visualizzare un’infinita’ di immagini, anche quelle che non esistono nella realtà. Da dove viene questo talento magico?
Grazie a un’incredibile serie di coincidenze, o forse per un grandioso progetto divino, e’ nato il linguaggio. Nell’arco dei secoli milioni di persone hanno contribuito a dar forma a un sistema di comunicazione che tu potessi capire. La parola, pronunciata o scritta, ti da’ piacere e un incredibile senso di potere.

Vuoi andare in un posto lontano? Puoi usare l’automobile, l’aereo, l’autobus, il treno, la metropolitana, la nave l’elicottero o la bicicletta, e sai che tutti questi mezzi di trasporto funzionano a dovere. Sono stati perfezionati da centinaia di persone morte da tempo, e molte altre tuttora vive e vegete si impegnano perchè ti siano sempre d’aiuto. Forse sei uno dei milioni di individui che possiede un’automobile: e’ la brillante invenzione di esperti progettisti. Altri lavoratori specializzati impiegano ore per estrarre il petrolio dalla terra e dal mare e trasformarlo nel carburante che alimenterà la tua macchina. Le strade sono praticabili, chi le ha lastricate per te? I ponti che attraversi sono grandiose opere di ingegneria. Ti rendi conto quant’è stato difficile costruirli?

Sai bene che in futuro il progressivo esaurimento delle riserve petrolifere e il surriscaldamento del pianeta imporranno limitazioni all’uso di automobili, aeroplani e altri mezzi di trasporto. Ma sai anche che tante persone intelligenti e piene di idee stanno cercando di sviluppare fonti di energia alternative per difendere l’ambiente.
E rispetto alla lentezza con cui le civiltà del passato hanno capito i loro problemi, quella in cui vivi tu si sta muovendo velocemente per affrontare le difficoltà generate dalla tecnologia.
Mentre sei in viaggio puoi ascoltare la musica. Forse hai un lettore MP3, un’invenzione fantastica che ti permette di ascoltare centinaia di canzoni. Forse invece hai una radio. Attraverso un processo misterioso, i suoni e le voci lontane si trasformano in onde invisibili che, rimbalzando nella ionosfera, si tuffano nella tua piccola autoradio per tradursi nella musica e nelle voci che ami.
Facciamo finta che siano le nove e trenta del mattino: sei sveglio da due ore e un sacco di cose sono già andate per il verso giusto. Ma se per caso tre di queste non hanno fatto il loro dovere – il tostapane si e’ rotto, l’acqua della doccia non era abbastanza calda, c’era una macchia proprio sui pantaloni che ti volevi mettere – potresti pensare che oggi tutto vada storto e che l’universo ti abbia voltato le spalle. Ma la verità e’ che la stragrande maggioranza delle cose funziona con meravigliosa efficienza. Saresti un ingenuo se pensassi che la vita non e’ altro che una specie di condanna.”

Rob Brezsny – LA PRONOIA E’ L’ANTIDOTO ALLA PARANOIA – EDIZIONE RIZZOLI

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MAGGIO 2007

ESSERE, FARE, AVERE

”Molti credono che quando ‘avranno’ una cosa (più tempo, denaro, amore, eccetera) potranno finalmente ‘fare’ qualcos’altro (scrivere un libro, dedicarsi a un hobby, andare in vacanza, iniziare un rapporto, e così via). Ciò permetterà loro di ‘essere’ felici, contenti, in pace, innamorati.

Ma nell’universo come è in realtà (e non come voi credete che sia), ‘avere’ non produce ‘essere’. È esattamente il contrario.

Prima devi essere felice (o saggio, compassionevole, innamorato, eccetera), poi da quella modalità dell’essere inizi a fare delle cose, e presto scopri che ciò che fai finisce per portarti le cose che hai sempre voluto avere.

Il modo per iniziare questo processo creativo (si tratta proprio di questo, di una creazione) è quello di esaminare ciò che vuoi avere, chiedendoti come saresti se avessi quelle cose. Quando l’hai capito, ti basta essere in quel modo.

In questo modo userai il paradigma ‘Essere-Fare-Avere’ nel modo giusto, lavorando con il potere creativo dell’universo, e non più contro di esso.

Ecco un modo breve di enunciare questo principio: nella vita, non devi fare nulla. Si tratta soltanto di essere.

… La felicità è uno stato mentale. E come ogni stato mentale si produce in forma fisica. Ecco una frase da attaccare con una calamita sul frigorifero: ogni stato mentale si riproduce.

… l’universo non è altro che una grande fotocopiatrice, una macchina che riproduce i tuoi pensieri in forma fisica….”

Neale Donald Walsch – CONVERSAZIONI CON DIO Libro terzo – Sperling & Kupfer Editori

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APRILE 2007

UN CONTRIBUTO PER ESSERE GENITORI EMOTIVAMENTE INTELLIGENTI

”Sono profondamente convinta che tutti i Bambini siano SEMI DI LUCE che cercano amore … Ai Genitori spetta la grande responsabilità di “nutrirli” e di creare le condizioni perché la LUCE che è in ciascuno di essi possa germogliare e fiorire.

Quando viene al mondo un bambino nascono con lui, naturalmente, un papà e una mamma : è un dato di fatto che nessuno può cancellare, neppure coloro che di tale realtà non si assumono alcuna responsabilità e fuggono.

Ma il bambino non ancora nato chiede altre due figure accanto a sé per crescere ed esprimere tutte le sue potenzialità e risorse e realizzare la ragione della sua nascita: due Educatori (e-ducare dal latino e-ducere = portare alla luce, far venire fuori ciò che è già all’interno: le potenzialità, le risorse, appunto).

Se è vero che papà e mamma si nasce quando nasce il proprio bambino, è anche vero che Educatori si diventa acquisendo conoscenze, competenze e strumenti per

- Vivere con piena consapevolezza il momento dell’attesa.
- Controllare e gestire le proprie emozioni e i propri pensieri, evitando inutili stress al bimbo/alla bimba non ancora nati e prevenire suoi futuri disagi.
- Comunicare con il / la nascituro/a e imparare a conoscerlo/la prima della nascita.
- Acquisire competenze per una gravidanza sana e serena e partorire in modo dolce e attivo, con la presenza valida ed efficace del proprio partner, quando ciò è possibile.
- Acquisire competenze nella comunicazione non verbale e principalmente nella comunicazione corporea, attraverso la quale comunicano i bambini nei primi anni di vita.”

Carmela Lo Presti

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La paura vien guardando

Che sia sperimentato o solo osservato, un evento negativo può suscitare gli stessi processi cerebrali
L’uomo apprende la paura in base agli stessi processi neuronali sia in seguito all’esperienza personale di un evento negativo, sia che ne sia stato solamente testimone. È quanto risulta dalla prima ricerca che abbia mai preso in esame le basi cerebrali della paura acquisita indirettamente, osservando gli altri.
Condotto da psicologi della New York University, lo studio – pubblicato sull’ultimo numero della rivista Social Cognitive and Affective Neuroscience (SCAN) – ha rivelato che l’amigdala, notoriamente coinvolta nell’acquisizione e nell’espressione della paura derivante da esperienze personali, reagisce nella stessa misura anche quando venga sollecitata alla paura indirettamente.
Nello studio, i soggetti assistevano a un breve video in cui un’altra persona partecipava a un esperimento di condizionamento alla paura, nel quale essa reagiva in maniera stressata quando riceveva una debole scossa elettrica accoppiata alla comparsa di un quadrato colorato. Successivamente ai soggetti che partecipavano allo studio veniva detto che avrebbero preso parte a un esperimento simile a quello appena osservato. Per quanto ai soggetti, a differenza di quanto avveniva nel video, non venisse in realtà somministrata alcuna scossa, essi mostravano una significativa risposta di stress all’apparire del quadrato colorato associato nel video allo shock elettrico. Non solo: le rilevazioni fatte con tecniche di brain imaging hanno anche rivelato che il livello di attivazione dell’amigdala era equivalente sia nel caso della paura acquisita per esperienza sia in quello di acquisizione indiretta.
“Ogni giorno siamo esposti a immagini vivide di persone in situazioni emozionalmente forti, sia nelle interazioni sociali, sia attraverso i media”, ha osservato Elizabeth Phelps, che ha diretto la ricerca. “La conoscenza dello stato emozionale di qualcuno può evocare una risposta empatica. Tuttavia, come rivela la nostra ricerca, quando le emozioni altrui sono accompagnate da vivide espressioni e percepite come potenzialmente rilevanti per il nostro futuro benessere, possiamo mettere in campo ulteriori meccanismi di apprendimento.

(Articolo on line del 16 marzo 2007 su Le Scienze -->)

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FEBBRAIO 2007

Le tre P

“People”, “Planet” e “Profit” sono tre concetti alla base di una più vasta visione dei bisogni primari dell’uomo e di una ridefinizione del rapporto tra profitto ed etica.
“People”, la gente, è il soggetto senza il quale non saremmo qui neppure a fare questo ragionamento, la gente non è il mezzo, è il fine. La soddisfazione dei bisogni della gente, il rispetto degli esseri umani, l’attenzione alla qualità dell’esistenza devono essere il fulcro di qualsiasi ragionamento e iniziative. La gente siamo noi.
“Planet”, il pianeta, è il teatro di questa nostra esistenza, senza la Terra non c’è la vita, almeno non come la intendiamo noi oggi. È la Terra su cui camminiamo e abitiamo, è l’aria che respiriamo, è il cibo che mangiamo, è l’acqua di cui viviamo. Se non prendiamo in considerazione i bisogni del pianeta, miniamo la base stessa della nostra esistenza. Oggi non possiamo più vivere alle spalle dell’ecosistema.
“Profit”, il profitto, è quanto permette di soddisfare i bisogni primari legati alla sopravvivenza, è indispensabile per vivere nella società contemporanea. Ma è arrivato il momento di renderci conto che il profitto da solo non basta. Senza le altre due P, senza prendere in considerazione sia la gente che il pianeta, non c’è armonia di vita. Non c’è neanche la vita.
People, planet e profit sono strettamente collegati tra loro come anelli di una catena. I bisogni della gente verranno soddisfatti nell’ambito del pianeta, grazie al profitto, che non è fine a se stesso, ma è finalizzato a rispondere alle esigenze della gente e non può quindi prescindere dalla necessità del pianeta, senza il quale non ci sarebbe profitto. E neppure la gente.”

Marco Roveda – PERCHÉ CE LA FAREMO – Ponte alle Grazie

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GENNAIO 2007

INTELLIGENZA SOCIALE:
LA FACILITÀ SORPRENDENTE CON CUI I CERVELLI INTERAGISCONO, DIFFONDENDO LE EMOZIONI COME FOSSERO VIRUS

“La neuroscienza ha scoperto che la struttura stessa del nostro cervello lo rende socievole, inevitabilmente soggetto a un profondo legame cervello-cervello ogni qualvolta entriamo in contato con un’altra persona. Questo ponte neurale ci porta a influenzare sia il cervello, sia il corpo di ogni persona con cui interagiamo e viceversa…..
Durante i collegamenti neurali, il cervello è impegnato in un tango emotivo, una danza dei sentimenti……
……. L’elemento più stupefacente è che la scienza ha scoperto un legame fra i rapporti conflittuali e l’azione dei geni specifici che regolano il sistema immunitario.
Ne consegue che le relazioni plasmano non solo l’esperienza, ma anche le funzioni biologiche. Il rapporto cervello-cervello permette ai legami più forti di modellarci sia su questioni superficiali come ridere per le stesse barzellette, sia su elementi più profondi come l’attivazione (o blocco) dei geni delle cellule T, la prima linea del sistema immunitario nella continua lotta contro le invasioni di virus e batteri.
Ma questo rapporto è una lama a doppio taglio: le relazioni appaganti hanno un effetto benefico sulla salute, mentre quelle nocive possono agire come un veleno nel nostro corpo………..
………. Il <<cervello sociale>> è la somma dei meccanismi neurali che presiedono sia alle nostre interazioni, sia ai nostri pensieri e sentimenti verso le persone e i rapporti in generale. La novità di maggiore rilievo consiste forse nel fatto che il “cervello sociale” rappresenta l’unico sistema biologico del nostro corpo che entra in sintonia con lo stato d’animo delle persone insieme a cui ci troviamo, e a sua volta ne è influenzato. Tutti gli altri sistemi biologici, dalle ghiandole linfatiche alla milza, compiono gran parte della propria attività in risposta a segnali che provengono dal corpo stesso. I percorsi seguiti dal cervello sociale si distinguono, invece, per la loro ricettività al mondo in generale: ogni volta che stabiliamo un contatto viso-viso (oppure voce-voce, o pelle-pelle) con un’altra persona, i nostri cervelli sociali s’intrecciano.
Le interazioni sociali svolgono addirittura un ruolo nella ristrutturazione del nostro cervello: si tratta della cosiddetta <<neuroplasticità>>, in base alla quale esperienze ripetute scolpiscono la forma, le dimensioni e il numero dei neuroni e delle rispettive connessioni sinaptiche. Adattando ripetutamente il cervello a un dato registro, le nostre relazioni chiave possono a poco a poco modellare alcuni circuiti neurali. È ormai assodato che essere continuamente feriti, oppressi, ma anche nutriti dal punto di vista emotivo, da qualcuno con cui trascorriamo molte ore al giorno, può modificare nel corso degli anni la struttura del nostro cervello.
Queste nuove scoperte rivelano che le relazioni interpersonali hanno un impatto impercettibile, ma fortissimo, nel corso di tutta la nostra esistenza. Chi tende a vivere rapporti negativi potrebbe non apprezzare questa notizia: ma le stesse scoperte evidenziano le potenzialità rigenerative dei legami personali in ogni momento della vita.
Ne consegue che il modo in cui entriamo in contatto con gli altri assume una rilevanza inimmaginabile……..
………. Nel lontano 1920……. Lo psicologo Edward Thorndike coniò la definizione di <<intelligenza sociale>>. Uno dei modi in cui la definì fu <<la capacità di capire e gestire uomini e donne>>, doti di cui abbiamo bisogno tutti per vivere bene nel mondo……… Dal mio punto di vista, la capacità di manipolare gli altri non dovrebbe essere considerata una forma di intelligenza sociale, poiché si tratta di qualcosa che una persona compie a proprio vantaggio a scapito di un suo simile. Potremmo invece usare il termine <<intelligenza sociale>> per indicare la qualità propria di un individuo intelligente non solo riguardo alle relazioni, ma anche all’interno di esse. Questo concetto amplia l’ambito dell’intelligenza sociale da una prospettiva individuale a una bipersonale, dalle doti intrinseche dell’individuo a ciò che emerge quando una persona è coinvolta in un rapporto….. Questo ampliamento ci permette…….. inoltre di superare l’egoistico interesse individuale per cogliere meglio le esigenze degli altri.
Una prospettiva più ampia ci porta a considerare incluse nel raggio di azione dell’intelligenza sociale doti che arricchiscono i rapporti personali, come l’empatia e la considerazione per gli altri. Mi occuperò dunque, in questo libro, di un secondo e più profondo principio esposto da Thorndike a proposito del comportamento sociale: <<agire con saggezza nei rapporti umani>>.
La ricettività sociale del cervello esige che acquisiamo consapevolezza, che ci rendiamo conto di come non solo l’umore, ma anche il corpo, sia guidato e influenzato dagli altri e, viceversa, che valutiamo l’impatto del nostro comportamento sulle emozioni e sulla fisiologia altrui……
L’influenza biologica che si trasmette da persona a persona, prefigura una nuova dimensione di esistenza vissuta bene: si tratta di comportarci in maniera tale da avere un effetto benefico anche a livello impercettibile su chi entra in contatto con noi.”

Tratto da: Daniel Goleman – INTELLIGENZA SOCIALE – Rizzoli

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Scoperta “ l’intelligenza spirituale “: quanta ne avete?

Di Giampiero Cara

“Da tempo, ormai, si sente parlare, oltre che di Intelligenza razionale (il celebre “quoziente intellettivo” o “IQ”) anche di “Intelligenza Emozionale”. Adesso si è cominciato a parlare anche, finalmente, di Intelligenza Spirituale. Ma di cosa si tratta esattamente?

Mentre l’intelligenza razionale corrisponde alle qualità logiche, strategiche, matematiche e linguistiche di una persona, e quella emozionale al grado di autostima e alla capacità di rapportarsi agli altri e di affrontare le situazioni sociali, l’Intelligenza Spirituale (IS), secondo la definizione degli esperti dell’International Institute for Transformation che la sta studiando negli Stati Uniti, si riferisce alla facoltà di inserire la propria vita individuale in un contesto più ampio, nonché di darle un significato e uno scopo.

La IS ci permette di utilizzare l’intelligenza razionale e quella emozionale in un modo unificato per migliorare la nostra vita e quella di tutti gli esseri viventi. Sono (o erano) dotati di grande IS leader politici e spirituali del calibro di Ghandi, Madre Teresa, Martin Luther King e Nelson Mandela, tanto per fare degli esempi.

Secondo i ricercatori americani, in questo decennio e oltre la IS sarà un fattore determinante anche per il successo di una persona. Perché? Sia l’intelligenza razionale sia quella emozionale hanno bisogno, per operare di informazioni già esistenti, mentre la IS, basata sulla conoscenza delle leggi spirituali su cui si fonda l’universo, riflette la capacità di pensare al di là dei confini di ciò che è già noto, nonché di scorgere in una situazione una verità più elevata. Pertanto, è solo quando tutti questi tre tipi di intelligenza agiscono all’unisono, guidati dalla IS, che siamo in grado di manifestare pienamente il nostro potenziale nel mondo.

Allo scopo di aiutare le persone a sviluppare la loro IS, l’International Institute for Transformation offre dei programmi specifici, presentati anche presso il sito http://www.iitransform.com Tali programmi sono naturalmente a pagamento, ma è possibile intanto misurare con un test gratuito la propria intelligenza spirituale, cliiccando sul link nella colonna di destra.”

http://www.auraweb.it/articolo_benessere.asp?cid=17&aid=383

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DICEMBRE 2006

ESSERE VERAMENTE LIBERI

“Immaginate di essere degli artisti incaricati di dar forma alla vostra stessa vita.…. La vostra vita è la tela e il vostro cervello i colori. Ora si tratta di darvi il permesso di decidere dove volete andare, cosa volete dipingere. Questa è l’arte della libertà individuale.
Come esseri umani, la nostra più grande forza sta nella nostra più grande debolezza: la capacità di scegliere. È il grande paradosso dell’esistenza. Tutta quella libertà, e la usiamo per imprigionarci da soli. Possiamo scegliere di essere grandi. Possiamo scegliere di non esserlo. Ci è concesso di scegliere. Gli alberi non hanno scelta. Crescono quanto più possibile.
Come esser umani, tuttavia, possiamo scegliere di fare del nostro meglio o di non fare nulla. Quella scelta è nostra. Come forza, ci dà il potere di essere felici. Come debolezza, ci dà l’opportunità di essere infelici. Come forza, ci dà il potere di vivere una vita meravigliosa. Come debolezza, ci dà l’opportunità di essere pigri. Per me, l’arte di vivere meravigliosamente si riduce a questo: impadronirsi della facoltà di scegliere e scegliere per il meglio…….. la libertà…. È un processo. Per essere liberi, dobbiamo liberarci. Non si può avere la libertà, la si può soltanto praticare…….
Con il passare degli anni, ciascuno di noi vive in case diverse e fa lavori diversi. Per contro, l’interno della nostra mente è un luogo in cui trascorreremo la vita intera. Non ci sono momenti di riposo, non si può fare un attimo di pausa…. È la vostra casa, permanentemente. È così: potete farne un paradiso in cui vivere o un inferno da sopportare. La scelta è vostra. Essere veramente liberi significa IMPARARE A TRASFORMARE L’INTERNO DELLA VOSTRA MENTE IN UN MERAVIGLIOSO POSTO IN CUI STARE.”

(Richard Bandler, Owen Fitzpatrick – PNL È LIBERTÀ – PNL ITALY)

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NOVEMBRE 2006

IMMAGINA…

Immagina che al mondo esista solo un tipo di Banca: quella che ogni mattina accredita la somma di Euro 86.400,00 sul tuo conto.
Non conserva il tuo saldo giornaliero. Ogni notte cancella qualsiasi quantità del tuo saldo che non sia stata utilizzata durante il giorno. Che faresti?
Ritireresti fino all’ultimo centesimo ogni giorno, ovviamente!!!!
Ebbene ognuno di noi possiede un conto in questa Banca.
Il suo nome? TEMPO.
Ogni mattina questa Banca ti accredita 86.400 secondi. Ogni notte questa Banca cancella e dà come perduta qualsiasi quantità di questo credito che tu non abbia investito in un buon proposito. Questa Banca non conserva saldi, né permette trasferimenti. Ogni giorno ti apre un nuovo conto. Ogni notte elimina il saldo del giorno. Se non utilizzi il deposito giornaliero, la perdita è tua. Non si può fare marcia indietro. Non esistono accrediti sul deposito di domani. Devi vivere nel presente con il deposito di oggi. Investi in questo modo per ottenere il meglio nella salute, felicità e successo, nel rispetto dell’altro. L’orologio continua il suo cammino. Ottieni il massimo da ogni giorno, ricordandoti di rispettare gli altri.
Per capire il valore di un anno, chiedi ad uno studente che ha perduto un anno di studio.
Per capire il valore di un mese, chiedi ad una madre che ha partorito prematuramente.
Per capire il valore di una settimana, chiedi all’editore di un settimanale.
Per capire il valore di un’ora, chiedi a due innamorati che attendono di incontrarsi.
Per capire il valore di un minuto, chiedi a qualcuno che ha appena perduto il treno.
Per capire il valore di un secondo, chiedi a qualcuno che ha appena evitato un incidente.
Per capire il valore di un milionesimo di secondo, chiedi ad un atleta che ha vinto la medaglia d’argento alle Olimpiadi.
Dai valore ad ogni momento che vivi e dagli ancor più valore condividendolo con una persona speciale, quel tanto speciale da dedicarle il tuo tempo, ricordando che il tempo non aspetta nessuno.
L’origine di questo pensiero è sconosciuta, ma si dice che porti fortuna…. Vivendolo!

Anonimo

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CAMBIARE IL MONDO

Diventare ciò che si è, riconoscere le potenzialità che si hanno e valorizzare le proprie capacità è il primo passo concreto che possiamo fare per… cambiare il mondo.
E’ arrivato il momento di svegliarci!
Il mondo è fatto da individui, così come un organismo è composto da cellule e una sinfonia da singole note. Ogni nota, ogni cellula e anche ogni individuo, vive di vita propria, ha un peso nell’economia globale dell’insieme più vasto che va a formare. Non sappiamo quale è il margine di autonomia di una nota o di una cellula, anche se non è difficile immaginare che una cellula o una nota fuori posto possono disturbare un intera armonia oppure, in un posto nuovo, possono avviare l’intero processo verso nuovi orizzonti di sviluppo. Del resto la vita è estremamente creativa, come la musica, non rimane mai ristretta agli stessi canoni.
L’innovazione, la rottura degli schemi, il libero arbitrio – tradotto in termini umani – fanno parte della vita stessa e il singolo individuo, per quanto possa sentirsi racchiuso da convenzioni e condizionamenti, effettivamente modellato da schemi, doveri e consuetudini, ha un ampio margine di libertà a sua disposizione con cui poter dare riposte diverse da quelle consuete alla realtà, atteggiarsi in modo nuovo di fronte a situazioni vecchie, scoprire soluzioni, liberarsi da circoli viziosi, elaborare creativamente strategie funzionali a obiettivi precisi, inventare la propria vita e il proprio mondo.
L’uomo e la donna sono liberi, creativi e responsabili per natura; diventano condizionati, limitati e passivi solo per mancanza di esercizio del pensiero critico, di educazione all’autorealizzazione, di abitudine all’autonomia. La dignità di essere umano con tutte le sue implicazioni realizzative e potenzialità va conquistata attraverso un percorso di crescita personale, non viene regalata a nessuno. Non la fornisce la scuola, come istituzione, ma la insegnano singoli insegnanti capaci di prendere sul serio il proprio ruolo di educatori, e ce ne sono. Non la diffonde la religione, ma se ne fanno portatori singoli sacerdoti, di tutte le fedi, che veramente riconoscono nell’essere umano una scintilla divina. Non ne parla la televisione, che ha invece l’interesse a poter contare su una massa passiva di fruitori di sciocchezze. Non ne parla l’etablishment economico che ha bisogno di consumatori fedeli e creduloni per poter far girare quell’immensa macchina consumista su cui è basato lo stile di vita contemporaneo.
L’onere e l’onore di avviare il processo di liberazione è del singolo individuo. La via non è una, sono tante e i percorsi possono prendere tante forme quante sono le stelle in cielo. Certo, non possiamo fare tutto da soli, ma possiamo imparare a risvegliare in noi attenzione, sensibilità e intuito per trovare, di volta in volta, quei pezzi di cammino che ci possono essere di aiuto, libri, iter formativi, scuole, filosofie, percorsi spirituali, per riconoscere compagni di viaggio e maestri che ci aiutino a diventare maestri di noi stessi.
Quando avremo imparato e realizzato tutto il potere che abbiamo davvero, potremo – dopo aver cambiato noi stessi – cambiare il mondo.
Coltivare il pensiero attivo
Non dare niente per scontato, non lasciarsi ingannare dai luoghi comuni, non indulgere in pregiudizi, verificare il verificabile con i propri occhi, ascoltare i diversi punti di vista prima di prendere posizione, cercare soluzioni nuove a problemi vecchi, sono solo alcuni degli spunti che permettono di esercitare e ritrovare la capacità di usare la testa in modo attivo, libero e autonomo.
Riflettere prima di parlare
La parola ha un immenso potere. Con un affermazione possiamo illuminare o rabbuiare una giornata o una intera vita. Spesso le nostre risposte agli altri e alla vita sono stereotipate, dettate dall’abitudine, mancano della sensibilità necessaria per valutare la situazione contingente e l’impatto che avranno sui questa. Basta una frazione di secondo per passare al vaglio della consapevolezza ciò che si sta per dire.
Esercitarsi all’originalità
Perché fare tutto quello che anche gli altri fanno, andare in vacanza negli stessi posti, vestirsi nello stesso modo, leggere gli stessi libri e fare le stesse battute? La vita non offre forse abbastanza possibilità per trovare ognuno il nostro modo di scegliere come essere e come mostrarci, compatibilmente a ciò che siamo, a ciò che ci piace, a ciò che davvero vogliamo esprimere in ogni diverso momento?
Attualizzare la scala di valori
Quali sono i valori per noi più importanti? Quelli sui quali non siamo disposti a transigere, quelli per i quali siamo capaci anche di lottare? Chiederci periodicamente quali sono per noi le cose importanti nella vita – e potranno anche variare nel tempo – ci consente di accompagnare momento per momento la nostra crescita, di essere presenti a ciò che siamo e di preparare il terreno per ciò che vogliamo diventare.

Marcella Danon
Pubblicato il 10-04-2006 su www.lifegate.it

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OTTOBRE 2006

PNL È LIBERTÀ

“Con l’atteggiamento sbagliato, sareste in grado di trasformare
qualsiasi cosa in un problema.”
Il bambino teneva per mano suo padre, mentre camminavano verso il dormitorio del campo di concentramento.
Il bambino guardava ogni cosa che vedeva con aria preoccupata. Il padre gli sorrideva e lo tranquillizzava con dolcezza: non si trattava che di un gioco, una gara in cui c’era solo che da divertirsi.
Il padre trasformò l’esperienza di terrore del bambino in un gioco con certe regole. Se avessero vinto, spiegava il padre, gli avrebbero dato un carro armato. Vero.
Il film “La vita è bella” è un fantastico esempio della forza che deriva dall’avere un atteggiamento straordinario.
La storia è quella di un padre che aiuta il proprio figlioletto ad acquisire una prospettiva diversa sul significato dell’essere prigionieri in un campo di concentramento durante la seconda guerra mondiale.
Molto simile a questa è la storia, questa volta veramente accaduta, di Victor Frankl che, fatto prigioniero durante la seconda guerra mondiale, dovette affrontare le esperienze più orribili che si possa immaginare e, nonostante ciò, continuò a conservare un atteggiamento di speranza, forte e determinato.
Fu torturato e lungamente sottoposto ad ogni genere di abuso e, nonostante ciò, si rifiutò di sviluppare un senso di disperazione.
Una volta, il mio amico Barry mi descrisse un fantastico atteggiamento che ha fatto suo. Qualsiasi cosa accada nella sua vita, lui pensa: “Potrebbe essere la cosa migliore che mi sia mai capitata”.
Barry si impegna a sostenere questo atteggiamento, perché lo aiuta a focalizzarsi su ciò che c’è di positivo in ogni situazione.
Il vostro atteggiamento è in assoluto l’aspetto più importante del vostro modo di pensare.
Con l’atteggiamento sbagliato, sareste in grado di trasformare qualsiasi cosa in un problema. Con l’atteggiamento sbagliato, sareste in grado di creare degli ostacoli insormontabili là dove non ce n’erano.
Con l’atteggiamento sbagliato, sareste in grado di trasformare ciascuna situazione nella più problematica delle esperienze.
Con l’atteggiamento giusto, sarete in grado di trasformare i problemi in soluzioni. Con l’atteggiamento giusto, sarete in grado di spianare le montagne che si pongono sul vostro cammino. Con l’atteggiamento giusto, sarete in grado di trasformare ogni situazione, anche la più problematica, nella più gratificante delle esperienze.
Il vostro atteggiamento è il modo in cui scegliete di pensare alle cose.
Consiste nel modo in cui scegliete di pensare a voi stessi, agli altri e al mondo. Il vostro atteggiamento è fatto di una serie di convinzioni e sensazioni che dipendono dal modo in cui avete processato la vostra interpretazione delle esperienze che avete vissuto. La PNL, per come viene sempre descritta, è prevalentemente un atteggiamento. Chiesi a Richard di parlarmene.

Dal NUOVO LIBRO di Owen Fitzpatrick e Richard Bandler: PNL È LIBERTÀ – NLP ITALY

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METTERE FINE ALLA SEPARAZIONE

”Su questo blog ultimamente stiamo esplorando le sfide che il mondo si trova ad affrontare, e le modalità con cui possiamo accoglierle.
Ieri il presidente Bush si è rivolto all’assemblea generale delle nazioni unite. Ha parlato di una lotta fra estremisti e moderati in cerca della pace. Ha detto che è in gioco il futuro del mondo.

Concordo con le sue parole. L’unico punto su cui il sig. Bush ed io potremmo essere in disaccordo è la definizione di “estremisti” e di “moderati”. E questo potrebbe essere l’argomento di una ulteriore discussione. Ma su una cosa siamo tutti d’accordo, e cioè che sono gli estremisti radicali — che usano la violenza contro gli astanti innocenti come mezzo per plasmare le circostanze e le condizioni a loro piacimento — a costituire la maggiore minaccia alla vita quale la conosciamo su questo pianeta.

Tuttavia è “la vita quale la conosciamo” che deve essere esaminata per poter arrivare alla base della causa dell’estremismo radicale. E’ stata l’umanità intera a creare condizioni sulla terra che producono la gioia e la meraviglia della “bella vita” per una piccolissima percentuale di persone, mentre la percentuale più grossa soffre l’ ansietà, la pena ed il tormento di una vita disagiata. E ci sono anche quelli che pensano che ciò non abbia nulla a che fare — o perlomeno che non dovrebbe avere nulla a che fare — con il malcontento rabbioso che molta gente prova. Ma c’entra, eccome!

Nei luoghi dove le persone sono felici e contente, vi è la pace. Dove la gente si sente oppressa e sfruttata, regna la rabbia. Laddove la rabbia non sia calmata, si espande. Se l’espansione della rabbia non viene arrestata, diventa odio. Se l’odio non viene scoraggiato, diventa violenza. Se la violenza non viene rifiutata, porta all’uccisione di vite innocenti.

Ci dev’essere un modo migliore, e in effetti c’è. L’esplorazione del precedente procedimento ci porta indietro alla premessa originale: quando la gente è felice e contenta è in pace. Ciò porta, a sua volta, alla domanda inevitabile: cosa ci vuole per rendere la gente felice e contenta?

La sorprendente risposta non è quella che ci aspetteremmo. Non è la ricchezza o l’abbondanza o l’accumulare cose materiale. E’ la pace interiore. Un senso di sicurezza e di stabilità, la certezza che le nostre necessità basilari sono garantite, la libertà di esprimere totalmente la meraviglia del proprio Sè Superiore attraverso esperienze creative e spirituali che riflettano i nostri desideri più profondi e la nostra consapevolezza interiore. E la fine della nostra estraniazione e separazione dagli altri e dal Divino.

Ciò che noi cerchiamo è la fine della separazione. In ultimo, è la fine dell’estraniazione ciò che desideriamo. Perchè sappiamo, nel profondo del nostro essere, che siamo tutti Uno, e che cerchiamo eternamente e seriamente l’esperienza dell’Unità, della Fusione. E’ ciò che ci spinge a metterci insieme formando famiglie, è ciò che all’origine crea la famiglia.

L’estraniazione è ciò che crea la mancanza di chiarezza su Chi Siamo e Perchè Siamo Qui. Confonde la questione e ottunde la nostra conoscenza della Vita e del suo Scopo. Causa una perdita di identità, separandoci non solo dagli altri, ma anche da noi stessi — e dal nostro Sé.

La soluzione ai problemi del mondo è la Fine dell’Estraniazione, e questa avverrà quando metteremo fine alla Teologia della Separazione — quella che insiste ostinatamente sul fatto che siamo separati l’uno dall’altro, mentre in realtà non c’è nessuna separazione, nessuna qualsivoglia.

Questo è il Nuovo Vangelo che possiamo spartire con l’umanità intera; questo è il Nuovo Messaggio che possiamo rendere disponibile affinché tutti lo possano udire. Perchè la verità di questo messaggio apparirà non appena esso verrà udito e totalmente compreso — ma la sua voce è soffocata dalle grida di coloro che si raffigurano come figli di un dio minore.

Ci vorrà un po’ di tempo perché questo messaggio ottenga il suo posto nel mercato delle idee. Il messaggio opposto, — quello dell’Estraniazione, la Teologia della Separazione — è sotto le luci della ribalta da troppi secoli e millenni.

Il problema della Teologia della Separazione sta nel fatto che produce una Cosmologia della Separazione (vale a dire un’immagine del mondo quale un conglomerato di entità, energie ed effetti che non hanno nulla a che fare uno con l’altro, e che non condividono altro che una relazione superficiale). Questa Cosmologia della Separazione produce una Sociologia della Separazione, che a sua volta produce la Patologia della Separazione. Il risultato di tutto ciò: una specie umana profondamente divisa da se stessa, che trova modo di litigare anche per le più piccole questioni, e che crea odio reciproco attraverso una dichiarazione di amore per Dio.

Avete sentito? Avete visto solo con gli occhi ciò che ho scritto, oppure avete interiorizzato completamente la triste verità? Abbiamo prodotto odio reciproco attraverso una dichiarazione di amore per Dio.

Questa è, come abbiamo detto ieri in un altro contesto, una dinamica che ha contribuito a scavare le fondamenta per il corrente aumento del supporto offerto a gruppi estremisti politici e religiosi in tutto il mondo, e per il radicalismo.

I semi del malcontento sono stati piantati molto tempo fa. Non è accaduto da un giorno all’altro. Sono stati piantati attraverso il tramandarsi delle opinioni della Storia Culturale su Chi Siamo, su Chi e Che Cosa E’ Dio, su Cosa E’ la Vita e su Cosa Dio Vuole, nelle scuole, nelle yeshivas, nelle madrassas, e in tutti gli altri luoghi dove i bambini imparano cose sul mondo che li circonda e sugli adulti che essi amano e che desiderano emulare. Le nostre idee sugli altri e sulla Vita sono state piantate nelle nostre menti da coloro che sono venuti prima di noi, e che ci dicono le cose che vogliono che noi sappiamo e capiamo — indipendentemente dal fatto che esse siano fattivamente e spiritualmente precise o No.

La Vita informa la Vita sulla Vita attraverso il processo della Vita stessa.

Pertanto, la nostra soluzione decennale relativa ai problemi che il mondo affronta oggi, è l’Educazione. Un programma di educazione così straordinario, così visionario, così ispirato e spettacolare da infiammare nuovamente il cuore umano con il fuoco interiore dell’amore per tutta la Vita, per tutto ciò che la Vita ha permesso di esprimere in forma vivente, e per il Processo della Vita stessa... che qualcuno di noi chiama Dio.

Il problema del mondo oggi non è un problema politico, né un problema economico, e certamente neppure un problema militare. Il problema del mondo oggi è un problema spirituale — e può essere risolto solamente attraverso soluzioni spirituali. Vale a dire cambiando le nostre credenze. Sugli altri, sulla Vita Stessa e, sì, anche su Dio — che E’ la Vita Stessa, in forma manifesta.

Non sono l’unico a credere in ciò, come vedremo nelle pagine che verranno. Nel frattempo, per favore parlate agli altri di questo “blog”. La nostra intenzione è che questa esplorazione ci porti dove deve portarci, e abbiamo bisogno del vostro aiuto per arrivarci. Fate in modo che altri leggano queste pagine, fatelo oggi.

Siate benedetti.”

Neale Donald Walsch

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SETTEMBRE 2006

Bambini e violenza: la violenza sugli animali anestetizza la naturale empatia dei bambini.

Nasce a Modena il gruppo di studio sulle tradizioni violente.

Recentemente lo psicologo americano Frank Ascione, professore di psicologia dell'Universita' dello Utah e Camilla Pagani, psicologa del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Roma, hanno compiuto una ricerca sul comportamento violento dei bambini nei confronti degli animali: una volta su cinque la ragione che spinge a compiere atti di violenza nei confronti di animali e' il semplice divertimento, e i bambini e gli adolescenti crudeli verso gli animali hanno una maggiore probabilita' di manifestare in eta' adulta comportamenti violenti e antisociali generalizzati e ripetuti.
Altri studi scientifici effettuati a livello internazionale negli anni passati da noti psicologi, mostrano come la moralita' si sviluppi tramite un apprendimento sociale che varia a seconda del contesto in cui si vive: criteri morali assorbiti nell'infanzia e durante l'adolescenza dal contesto familiare e sociale, verranno poi mantenuti in eta' adulta, anche in situazioni diverse.
Prendendo spunto da queste ricerche nasce in Italia il Gruppo di Studio sulle Tradizioni Violente, composto e supportato da associazioni che operano in vari settori per la tutela dei bambini e, piu' in generale, a favore delle vittime di violenza. Si tratta di educatori, pedagogisti, psicologi, avvocati e ricercatori che lavorano anche a programmi terapeutici.
"In Italia si convive con molteplici tradizioni in cui gli animali vengono maltrattati dall'uomo a scopo ludico. Alcuni esempi sono le feste di paese e religiose, i palii, i circhi, la caccia e la pesca sportiva" dichiara Francesca Sorcinelli, coordinatrice del gruppo di studio. "Tutte queste attivita' che dovrebbero divertire adulti e bambini provocano sofferenza psicologica e fisica evidente agli animali, e persino la morte, e rischiano di danneggiare la naturale empatia del bambino impedendogli di riconoscere i segnali di sofferenza e di dolore di altri esseri viventi". Eppure, i primi anni di vita, in particolare dai sei ai tredici anni, hanno un'importanza straordinaria: in quel periodo si forma la concezione morale degli individui e perciò della società.
Il Gruppo di Studio sulle Tradizioni Violente nasce con lo scopo di proteggere bambini e adolescenti da quelle tradizioni che nascondono, dietro a un velo di apparente normalita', dei modelli che, se acquisiti, rischiano di indurre espressioni di violenza nel bambino e di deviare la sua moralita' in fase di formazione. "Il ruolo dei genitori e delle istituzioni e' fondamentale" conclude la portavoce del Gruppo di Studio "ed e' per questo che invitiamo tutti gli specialisti del settore a prendere visione della documentazione da noi raccolta e collaborare con noi in programmi mirati".

Gruppo di Studio sulle Tradizioni Violente 3385221494 www.tradizioniviolente.org

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LUGLIO 2006

Siate affamati. Siate visionari.

Il discorso pronunciato da Steve Jobs, CEO di Apple e di Pixar il 12 giugno 2005, in occasione della cerimonia annuale per il conferimento delle lauree a Stanford.

« Sono onorato di essere qui con voi oggi, nel giorno della vostra laurea presso una delle migliori università del mondo. Io non mi sono mai laureato. A dir la verità, questa è l’occasione in cui mi sono avvicinato di più ad un conferimento di titolo accademico. Oggi voglio raccontarvi tre episodi della mia vita. Tutto qui, nulla di speciale. Solo tre storie.»


La prima storia parla di “unire i puntini”.


Ho abbandonato gli studi al Reed College dopo sei mesi, ma vi sono rimasto, senza essere iscritto, per altri diciotto mesi, prima di lasciarlo definitivamente. Allora perchè ho smesso?

Tutto è cominciato prima che io nascessi. La mia madre biologica era laureanda ma era una ragazza-madre, perciò, decise di darmi in adozione. Desiderava ardentemente che io fossi adottato da persone laureate, così tutto fu pronto affinché ciò avvenisse alla mia nascita da parte di un avvocato e di sua moglie. All’ultimo minuto, appena nato, questi ultimi decisero che avrebbero preferito una femminuccia. Così quelli che poi sarebbero diventati i miei “veri” genitori, che allora si trovavano in una lista d’attesa per l’adozione, furono chiamati nel bel mezzo della notte e venne chiesto loro: “Abbiamo un bimbo, un maschietto, ‘non previsto’; volete adottarlo?”. Risposero: “Certamente”. La mia madre biologica venne a sapere successivamente che mia mamma non aveva mai ottenuto la laurea e che mio padre non si era mai diplomato, per questo si rifiutò di firmare i moduli definitivi per l’adozione. Tornò sulla sua decisione solo qualche mese dopo, quando i miei genitori adottivi le promisero che un giorno sarei andato all’università.

Infine, diciassette anni dopo ci andai. Ingenuamente scelsi un’università che era costosa quanto Stanford, così tutti i risparmi dei miei genitori sarebbero stati spesi per la mia istruzione accademica. Dopo sei mesi, non riuscivo a comprenderne il valore: non avevo idea di cosa avrei fatto nella mia vita e non avevo idea di come l’università mi avrebbe aiutato a scoprirlo. Inoltre, come ho detto, stavo spendendo i soldi che i miei genitori avevano risparmiato per tutta la vita, così decisi di abbandonare, avendo fiducia che tutto sarebbe andato bene lo stesso. Ok, ero piuttosto terrorizzato all’epoca, ma guardandomi indietro credo sia stata una delle migliori decisioni che abbia mai preso. Nell’istante in cui abbandonai potei smettere di assistere alle lezioni obbligatorie e cominciai a seguire quelle che mi sembravano interessanti.

Non era tutto così romantico al tempo. Non avevo una stanza nel dormitorio, perciò dormivo sul pavimento delle camere dei miei amici; portavo indietro i vuoti delle bottiglie di coca-cola per raccogliere quei cinque cent di deposito che mi avrebbero permesso di comprarmi da mangiare; ogni domenica camminavo per sette miglia attraverso la città per avere l’unico pasto decente nella settimana presso il tempio Hare Krishna. Ma mi piaceva. Gran parte delle cose che trovai in quel periodo sulla mia strada per caso o grazie all’intuizione si sono rivelate inestimabili più avanti. Lasciate che vi faccia un esempio:

il Reed College a quel tempo offriva probabilmente i migliori corsi di calligrafia del paese. Nel campus ogni poster ed ogni etichetta sui cassetti erano scritti in splendida calligrafia. Siccome avevo abbandonato i miei studi ‘ufficiali’ e pertanto non dovevo seguire le classi come previsto dal piano di studio, decisi di seguire un corso di calligrafia per imparare come riprodurre quanto di bello avevo visto là attorno. Ho imparato dai caratteri serif e sans serif, a come variare la spaziatura tra differenti combinazioni di lettere e cosa rende la migliore tipografia così grande. Era bellissimo, antico e così artisticamente delicato che la scienza non avrebbe potuto ‘catturarlo’ e trovavo ciò affascinante.

Nulla di tutto questo sembrava avere speranza di applicazione pratica nella mia vita, ma dieci anni dopo, quando stavamo progettando il primo computer Machintosh, mi tornò utile. Progettammo così il Mac: era il primo computer della bella tipografia. Se non avessi abbandonato gli studi, il Mac non avrebbe avuto multipli caratteri e font spazialmente proporzionate. E se Windows non avesse copiato il Mac, nessun personal computer ora le avrebbe. Se non avessi abbandonato, se non fossi incappato in quel corso di calligrafia, i computer oggi non avrebbero quella splendida tipografia che ora possiedono. Certamente non era possibile all’epoca ‘unire i puntini’ e avere un quadro di cosa sarebbe successo, ma tutto diventò molto chiaro guardandosi alle spalle dieci anni dopo.

Vi ripeto, non potete sperare di unire i puntini guardando avanti, potete farlo solo guardandovi alle spalle: dovete quindi avere fiducia che, nel futuro, i puntini che ora vi appaiono senza senso possano in qualche modo unirsi nel futuro. Dovete credere in qualcosa: il vostro ombelico, il vostro karma, la vostra vita, il vostro destino, chiamatelo come volete... questo approccio non mi ha mai lasciato a terra e ha fatto la differenza nella mia vita.


La mia seconda storia parla di amore e di perdita.

Fui molto fortunato - ho trovato cosa mi piacesse fare nella vita piuttosto in fretta. Io e Woz fondammo la Apple nel garage dei miei genitori quando avevo appena vent’anni. Abbiamo lavorato duro e in dieci anni Apple è cresciuta da noi due soli in un garage sino ad una compagnia da due miliardi di dollari con oltre quattromila dipendenti. Avevamo appena rilasciato la nostra migliore creazione - il Macintosh - un anno prima e avevo appena compiuto trent’anni... quando venni licenziato. Come può una persona essere licenziata da una Società che ha fondato? Beh, quando Apple si sviluppò assumemmo una persona - che pensavamo fosse di grande talento - per dirigere la compagnia con me e per il primo anno le cose andarono bene. In seguito però le nostre visioni sul futuro cominciarono a divergere finché non ci scontrammo. Quando successe, il nostro Consiglio di Amministrazione si schierò con lui. Così a trent’anni ero a spasso. E in maniera plateale. Ciò che aveva focalizzato la mia intera vita adulta non c’era più e tutto questo fu devastante.

Non avevo la benché minima idea di cosa avrei fatto, per qualche mese. Sentivo di aver tradito la precedente generazione di imprenditori, che avevo lasciato cadere il testimone che mi era stato passato. Mi incontrai con David Packard e Bob Noyce e provai a scusarmi per aver mandato all’aria tutto così malamente: era stato un vero fallimento pubblico e arrivai addirittura a pensare di andarmene dalla Silicon Valley. Ma qualcosa cominciò a farsi strada dentro di me: amavo ancora quello che avevo fatto e ciò che era successo alla Apple non aveva cambiato questo di un nulla. Ero stato rifiutato, ma ero ancora innamorato. Così decisi di ricominciare.

Non potevo accorgermene allora, ma venne fuori che essere licenziato dalla Apple era la cosa migliore che mi sarebbe potuta capitare. La pesantezza del successo fu sostituita dalla soavità di essere di nuovo un iniziatore, mi rese libero di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita.

Nei cinque anni successivi fondai una Società chiamata NeXT, un’altra chiamata Pixar e mi innamorai di una splendida ragazza che sarebbe diventata mia moglie. La Pixar produsse il primo film di animazione interamente creato al computer, Toy Story, che ora è lo studio di animazione di maggior successo nel mondo. In una mirabile successione di accadimenti, Apple comprò NeXT, ritornai in Apple e la tecnologia che sviluppammo alla NeXT è nel cuore dell’attuale rinascimento di Apple. E io e Laurene abbiamo una splendida famiglia insieme.

Sono abbastanza sicuro che niente di tutto questo mi sarebbe accaduto se non fossi stato licenziato dalla Apple. Fu una medicina con un sapore amaro, ma presumo che ‘il paziente’ ne avesse bisogno. Ogni tanto la vita ci colpisce sulla testa come un mattone. Non perdete la fiducia, però. Sono convinto che l’unica cosa che mi ha aiutato ad andare avanti sia stato l’amore per ciò che facevo. Dovete trovare le vostre passioni, e questo è vero tanto per il/la vostro/a findanzato/a che per il vostro lavoro. Il vostro lavoro occuperà una parte rilevante delle vostre vite e l’unico modo per esserne davvero soddisfatti sarà fare un gran bel lavoro. E l’unico modo di fare un gran bel lavoro è amare quello che fate. Se non avete ancora trovato ciò che fa per voi, continuate a cercare, non fermatevi, come capita per le faccende di cuore, saprete di averlo trovato non appena ce l’avrete davanti. E, come le grandi storie d’amore, diventerà sempre meglio col passare degli anni. Quindi continuate a cercare finché non lo trovate. Non accontentatevi.

La mia terza storia parla della morte.

Quando avevo diciassette anni, ho letto una citazione che recitava: “Se vivi ogni giorno come se fosse l’ultimo, uno di questi ci avrai azzeccato”. Mi fece una gran impressione e, da quel momento, per i successivi trentatrè anni mi sono guardato allo specchio ogni giorno e mi sono chiesto: “Se oggi fosse l’ultimo giorno della mia vita, vorrei fare quello che sto per fare oggi?”. E ogni volta che la risposta era “No” per troppi giorni consecutivi sapevo di dover cambiare qualcosa.

Ricordare che sarei morto presto è stato lo strumento più utile che abbia mai trovato per aiutarmi nel fare le scelte importanti nella vita. Perché quasi tutto - le aspettative esteriori, l’orgoglio, la paura e l’imbarazzo per il fallimento - sono cose che scivolano via di fronte alla morte, lasciando solamente ciò che è davvero importante. Ricordarvi che state per morire è il miglior modo per evitare la trappola rappresentata dalla convinzione che abbiate qualcosa da perdere. Siete già nudi. Non c’è ragione perché non seguiate il vostro cuore.

Un anno fa mi è stato diagnosticato un cancro. Effettuai una scansione alle sette e trenta del mattino che mostrava chiaramente un tumore nel mio pancreas. Fino ad allora non sapevo nemmeno cosa fosse un pancreas. I dottori mi dissero che con ogni probabilità era un tipo di cancro incurabile e che avevo un’aspettativa di vita non superiore ai tre-sei mesi. Il mio dottore mi consigliò di tornare a casa ‘a sistemare i miei affari’, che è un modo per i medici di dirti di prepararti a morire. Significa che devi cercare di dire ai tuoi figli tutto quello che avresti potuto dire nei successivi dieci anni, in pochi mesi. Significa che devi fare in modo che tutto sia a posto, così da rendere la cosa più semplice per la tua famiglia. Significa che devi pronunciare i tuoi ‘addio’.

Ho vissuto con quella spada di Damocle per tutto il giorno. In seguito quella sera ho fatto una biopsia, dove mi infilarono una sonda nella gola, attraverso il mio stomaco fin dentro l’intestino, inserirono una sonda nel pancreas e prelevarono alcune cellule del tumore. Ero in anestesia totale, ma mia moglie, che era lì, mi disse che quando videro le cellule al microscopio, i dottori cominciarono a gridare perché venne fuori che si trattava una forma molto rara di cancro curabile attraverso la chirurgia. Così mi sono operato e ora sto bene.

Questa è stata la volta in cui mi sono trovato più vicino alla morte, e spero lo sia per molti decenni ancora. Essendoci passato, posso dirvi ora qualcosa con maggiore certezza rispetto a quando la morte per me era solo un puro concetto intellettuale:

nessuno vuole morire. Anche le persone che desiderano andare in paradiso non vogliono morire per andarci. E nonostante tutto la morte rappresenta l’unica destinazione che noi tutti condividiamo, nessuno è mai sfuggito ad essa. Questo perché è come dovrebbe essere: la Morte è la migliore invenzione della Vita. E’ l’agente di cambio della Vita: fa piazza pulita del vecchio per aprire la strada al nuovo. Ora come ora ‘il nuovo’ siete voi, ma un giorno non troppo lontano da oggi, gradualmente diventerete ‘il vecchio’ e sarete messi da parte. Mi dispiace essere così drammatico, ma è pressappoco la verità.

Il vostro tempo è limitato, perciò non sprecatelo vivendo la vita di qualcun’altro. Non rimanete intrappolati nei dogmi che vi porteranno a vivere secondo il pensiero di altre persone. Non lasciate che il rumore delle opinioni altrui zittisca la vostra voce interiore. E, ancora più importante, abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione: loro vi guideranno in qualche modo nel conoscere cosa veramente vorrete diventare. Tutto il resto è secondario.

Quando ero giovane c’era una pubblicazione splendida che si chiamava 'The whole Earth catalogé', che è stata una delle bibbie della mia generazione. Fu creata da Steward Brand, non molto distante da qui, a Menlo Park, e costui apportò ad essa il suo senso poetico della vita. Era la fine degli anni Sessanta, prima dei personal computer, ed era fatto tutto con le macchine da scrivere, le forbici e le fotocamere polaroid: era una specie di Google formato volume, trentacinque anni prima che Google venisse fuori. Era idelista e pieno di concetti chiari e nozioni speciali.

Steward e il suo team pubblicarono diversi numeri di 'The whole Earth catalog', e quando concluse il suo tempo, fecero uscire il numero finale. Era la metà degli anni Settanta e io avevo pressappoco la vostra età. Nella quarta copertina del numero finale c’era una fotografia di una strada di campagna nel primo mattino, del tipo che potete trovare facendo autostop se siete dei tipi così avventurosi. Sotto, le seguenti parole: “Siate affamati. Siate folli”. Era il loro addio e ho sperato sempre questo per me. Ora, nel giorno della vostra laurea, pronti nel cominciare una nuova avventura, auguro questo a voi.


Siate affamati. Siate visionari.

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GIUGNO 2006

BIOLOGIA E CREDENZA

di Barbara Stahura
tratto dal libro di Bruce Lipton

Durante il periodo in cui Bruce Lipton lavorava come ricercatore e professore alla scuola di medicina, fece una sorprendente scoperta sui meccanismi biologici attraverso i quali le cellule ricevono ed elaborano le informazioni: infatti, piuttosto che controllarci, i nostri geni sono controllati, sono sotto il controllo di influenze ambientali al di fuori delle cellule, inclusi i pensieri e le nostre credenze. Questo prova che non siamo degli "automi genetici” vittimizzati dalle eredità biologiche dei nostri antenati. Siamo, invece, i co-creatori della nostra vita e della nostra biologia. Lipton descrive questa nuova scienza, chiamata epigenetica, nel suo libro "The Biology of Belief: Unleashing the Power of Consciousness, Matter and Mirades" (N.d.T.: Biologia delle Credenze: Liberare il Potere della Consapevolezza, della Materia e dei Miracoli, 2005, Mountain of Love/Eli-te Books). Pieno di citazioni e riferimenti di altri scienziati che conducono, in tale campo, ricerche all'avanguardia, questo libro potrebbe, letteralmente, cambiare
la vostra vita al suo livello più fondamentale.
Fino alla scoperta dell'epigenetica, si credeva che il nucleo di una cellula, contenente il DNA, fosse il "cervello" della cellula stessa, del tutto necessario per il suo funzionamento. Di fatto, come hanno scoperto Lipton ed altri, le cellule possono vivere e funzionare molto bene anche dopo che i loro nuclei siano stati asportati. Il vero "cervello" della cellula è la sua membrana, che reagisce e risponde alle influenze esterne, adattandosi dinamicamente ad un ambiente in perpetuo cambiamento. Che cosa significa questo per noi, quali collezioni di cellule chiamati esseriumani? Man mano che incrociamo le diverse influenze ambientali, siamo noi a suggerire ai nostri geni cosa fare, di solito inconsciamente. I carboidrati ci fanno ingrassare? Sì, se lo crediamo. Saremo amati, avremo successo nel lavoro, saremo ricchi? Se ci crediamo, lo saremo. Lipton ci mostra anche come Darwin avesse torto. La competizione non è la base dell'evoluzione; non è la sopravvivenza del più forte che ci permette di sopravvivere e prosperare. Al contrario, dice, dovremmo leggere l'opera di Jean Baptiste de Lamarck, che venne prima di Darwin e dimostrò che la cooperazione e la comunità sono la base della sopravvivenza. Immaginate se ciascuna dei vostri trilioni di cellule decidesse di farcela da sé, di combattere per essere la regina della collina piuttosto che cooperare con le cellule compagne. Per quanto sopravvivereste?
Barbara Stahura: La premessa di base della tua ricerca e del tuo libro, The Biology of Belief, è che il DNA non controlla la nostra biologia.
Bruce Lipton: Sì. Ho cominciato a studiare questo verso la fine degli anni '60. Da allora la scienza di frontiera ha iniziato a rivelare tutte le cose che avevo osservato.
I biologi che fanno ricerca d'avanguardia sono a conoscenza di ciò che dico nel libro. Il pubblico, però, non ne ha comprensione alcuna perché, o gli arriva in forma abbreviata, o quello che gli viene venduto è la credenza che siamo controllati dai nostri geni, sebbene ciò non sia sostenuto dalla scienza d'avanguardia. Tutto il mio sforzo si è concentrato nel far giungere al mondo l'informazione d'avanguardia. Lorientamento mentale del pubblico è stato programmato secondo la credenza che siamo degli automi genetici, che i geni controllano la nostra vita, che ne siamo vittime, e via di seguito. Il punto, però, è che la scienza di frontiera - quella di cui parlo - si è stabilizzata da almeno 15 anni. È ora che sia portata nel mondo perché è lì che viene usata.
BS: Questa scienza relativamente nuova sulla quale tu scrivi viene chiamata epigenetica. Ci spiegheresti di che cosa si tratta?
BL: L’epigenetica è quella scienza che mostra che i geni non si auto-controllano, ma sono controllati dall'ambiente. Si sa da circa 15 anni e ora fa finalmente capolino da dietro l'angolo. Ti faccio un esempio. La Società Americana per il Cancro ha recentemente pubblicato una statistica che afferma che il 60 per cento dei tumori sono evitabili, cambiando stile di vita e dieta. Quest'informazione proviene da un'organizzazione che ha cercato per circa 50 anni i geni del cancro. E ora se ne viene fuori dicendo: è lo stile di vita, non sono i geni. Ci siamo focalizzati sul cancro come se fosse una questione genetica, ma solo il cinque per cento dei cancri ha una connessione genetica. Il novantacinque per cento dei cancri in effetti non ha nessuna connessione coi geni. La ragione (che ci fa dire che c'è una connessione genetica) è che tale spiegazione è fisica, tangibile, perciò preferiamo lavorare su di essa. E il 95% delle persone che ha un cancro e non c'è una connessione genetica? Non è facile fare esperimenti su qualcosa sulla quale non puoi focalizzarti fisicamente.
BS: Così il determinismo genetico - l'idea che siamo controllati dai nostri geni - è inevitabilmente incrinata, come dici nel libro.
BL: Sì.
BS: Hai scritto anche di Jean-Bap-tiste de Lamarck e della sua teoria dell'evoluzione - che sopravviviamo attraverso la cooperazione, piuttosto che la più recente idea darwiniana di competizione e sopravvivenza dei più forti. Che tutti i nostri trilioni di cellule devono cooperare per mantenere il nostro corpo in perfetto funzionamento, in quanto noi esseri umani non possiamo sopravvivere senzagrandissime quantità di cooperazione gli uni con gli altri e con il nostro ambiente.
BL: Immediatamente, appena hai detto cooperazione, stavi violando la teoria darwiniana, che è competizione e lotta. Di fatto, si tratta di un'interpretazione erronea. La nuova scienza ci dice che quella credenza è sbagliata. La credenza di cui hai appena parlato, invece — la natura della cooperazione e della comunità - è in effetti il principio basilare dell'evoluzione.
Nel 1809 Lamarck ha scritto che i problemi che tormenteranno l'umanità verranno dal suo separarsi dalla natura, e ciò condurrà alla distruzione della società. Aveva ragione, perché la sua enfasi sull'evoluzione era che un organismo e l'ambiente creano un'interazione cooperante. Se volete capire il destino di un organismo, dovete capire la sua relazione con il suo ambiente. Poi ha affermato che separarci dal nostro ambiente significa assumere la nostra biologia e tagliarci fuori dalla nostra sorgente. Aveva ragione. E quando arrivi a capire la natura dell'e-pigenetica, la sua teoria ora ha trovato sostanza. Senza alcun meccanismo che, all'inizio, le desse un senso - e specialmente da quando abbiamo comprato il concetto dei biologi neo-darwiniani che affermano che tutto è controllato geneticamente - Lamarck sembrava stupido. Ma sai cosa? Aveva proprio ragione.
BS: La tua dimostrazione che il "cervello" della cellula non è il DNA bensì la sua membrana è affascinante. Che significato ha questa scoperta riguardo a ciò che pensiamo di noi stessi e della nostra vita, dal momento che siamo proprio una comunità di cellule?
BL: Se due cellule si uniscono e stanno comunicando, useranno i loro "cervelli" per farlo, giusto? E se dieci cellule si uniscono, useranno i loro cervelli affinché la loro comunicazione reciproca abbia un senso. Quando prendi un insieme di un trilione di cellule, come in un cervello umano, queste opereranno ancora secondo il principio del cervello cellulare. Beh, quando abbiamo accettato l'idea che i geni ed il nucleo formano il cervello della cellula — che ci porta fuoristrada - e la applichiamo come fosse un principio di neurologia o di neuroscienza, ci siamo già incamminati nella direzione sbagliata. Non puoi arrivare da nessuna parte perché quello non è il cervello della cellula. I nostri princìpi su come funziona l'intelligenza sono stati totalmente sviati. Ecco perché, dopo tanta neuro-scienza, se chiedi a qualcuno: "Come funziona, veramente, il cervello?" La risposta sarà: "Veramente, non lo sappiamo".
Il Progetto Genoma Umano dice che quel modello è sbagliato. Pensavamo che ci volessero più di 100.000 geni per far funzionare un essere umano. Il fatto che ce ne siano meno di 25.000 ha messo un bastone tra le ruote dell'intero processo. Come può esserci un tale esiguo numero di geni a formare una cosa così complessa come un essere umano? La risposta è che ci vuole molto di più dei soli geni a farlo funzionare - che è l'apporto dall'ambiente che può alterare la lettura dei geni. Ci sono 140.000 proteine in un corpo umano, e si credeva che ciascuna richiedesse un gene separato per prodursi. Di colpo, trovi che ci sono 25.000 geni e 140.000 proteine, e non ci siamo con i numeri.
L’epigenetica rivela qualcosa di così sorprendente che la scienza stessa ha dei problemi a comprendere la forza di questo nuovo significato, e suona così: con il controllo epigenetico, che significa il controllo mediato dall'ambiente, un singolo gene può essere usato per creare 2000 o più proteine diverse dalla stessa matrice. Il controllo epigenetico è come un lettore che può leggere l'impronta originaria e ristrutturarla per produrne qualcosa di diverso. Ed ecco come un singolo gene può essere usato per creare molti prodotti proteici differenti. Non è stato il gene che ha prodotto ciascuna proteina, è stato il controllo epigenetico che l'ha fatto, e questo è il feedback diretto dall'ambiente. Ci allontana da quel meccanismo che dice che siamo solo macchine.
BS: E ci dice invece che non siamo vittime. Siamo co-creatori.
BL: Assolutamente.
BS: Per tanti l'idea che siano i nostri pensieri a creare la realtà, che è quello su cui si basa laScienza Religiosa e altre tradizioni metafisiche e spirituali, è un'idea puramente spirituale. Ma la fisica quantistica ha aggiunto all'idea il fatto scientifico. E ora, il tuo lavoro e quello di altri porta quel concetto a livello delle cellule. Che lo rende in qualche modo più reale, più tangibile.
BL: Se si definisce lo spirito più o meno su questi parametri si potrebbe ottenere una definizione del tipo "una forza motrice invisibile". Se definisco la natura della meccanica quantistica, è una forza motrice invisibile. Di fatto afferma: "Sì, ci sono forze invisibili che modellano la nostra esistenza". Poiché la nostra biologia è tradizionalmente basata su un concetto newtoniano e materialistico, la natura di quel sistema è di considerare le forze invisibili come non rilevanti. Però, quello che la meccanica quantistica ha stabilito è che le forze motrici invisibili sono tutto. Perciò, se la nostra scienza non si adatta alla nuova fisica, sta di fatto ostacolando il progresso in evoluzione. Quando si introducono nuove forze, si deve dar loro nuovo credito, e quando lo si fa, i ricercatori spirituali saltano su e dicono: lo sapevo! E i fisici quantistici saltano su e dicono, lo sapevo! Stiamo sempre parlando della stessa cosa. Se lo ammettessimo, l'opportunità di unione diventa così tangibile che è quasi fisica. Sì, possiamo sentirla! Ora possiamo essere tutti d'accordo. Tu la chiami come vuoi, io la chiamo come voglio. Ma siamo tutti governati da queste forze invisibili.
BS: Ho letto una tua intervista nella quale hai affermato, "piuttosto che esser vittime dei nostri geni, lo siamo stati delle nostre percezioni". Puoi aggiungere qualcosa su ciò che significa essere una vittima delle proprie percezioni?
BL: In un certo senso, sappiamo attraverso lo studio della membrana cellulare, attraverso lo studio dell'epigenetica, che questo è fondamentale. L’epigenetica dice che i segnali ambientali influenzano l'espressione genetica e questi segnali ambientali talvolta sono diretti e tal'altra sono interpre-tazioni, come quando per esempio le percezioni diventano credenze. Così, ho una credenza su qualcosa, che è una percezione, e aggiusto la mia biologia su quella particolare credenza. Come col cancro terminale, se credo a quello che i medici mi dicono, lo loro diventa una vera e propria predizione. Se dicono che ho il cancro terminale e sono d'accordo, allora essenzialmente morirò quando, a detta loro, accadrà. Quali sono le persone che non lo fanno? I casi di "remissione spontanea". Almeno una persona, scommetto, non ha "comprato" quella diagnosi. E la sola ragione per la quale ne sono usciti è che avevano un altro sistema di credenze completamente diverso, e quindi sono stati capaci di cambiarlo.
BS: Come possiamo cambiare le nostre percezioni o credenze fino a quel punto?
BL: La prima cosa è acquisire le nuove percezioni di come funziona la vita. Lasciare andare o riconsiderare le percezioni con le quali ci siamo formati, che, inevitabilmente, sono vittimizzanti: sono fragile, l'ambiente mi può attaccare. La maggior parte di queste percezioni si manifesta come credenze limitanti o auto-sabotanti su quello che possiamo o non possiamo fare. Quando eliminiamo questa percezione e iniziamo ad immettere nuove percezioni, allora cambiarne la risposta della nostra biologia al mondo che ci circonda. Man mano che cambiamo le nostre percezioni, cambiamo le nostre risposte. Le percezioni con le quali operi ti danno sostegno o te lo tolgono? Ti rendono più forte o più debole?
Queste percezioni sono nel subconscio, che controlla il 95 per cento della nostra vita. E, quando
lo fa, lo fa senza che noi ce ne accorgiamo. Non vediamo di fatto i programmi che sono automatici. Funzionano perché il conscio è occupato, e i programmi automatici ne prendono il posto. Quando 11 conscio è occupato a fare qualcosa, non sta osservando se stesso. Ci sono due fattori che ci aiutano a capire questo. Uno, la mente cosciente opera con un processore da 40 bit, che significa che può interpretare ed elaborare 40 bit di stimoli nervosi - un bit è uno stimolo nervoso - al secondo. Il che significa che entrano 40 stimoli al secondo e la mente cosciente li discerne e li capisce. La mente subconscia in quello stesso secondo sta elaborando 40 milioni di bit. Da rilevare: se confronto l'elaborazione della mente conscia con quella subconscia, la subconscia è un milione di volte più potente nell'elaborare informazioni. Elemento numero due: i neuroscienziati cognitivi dicono che il 5 per cento del nostro comportamento giornaliero è controllato dalla nostra mente cosciente ed il 95 per cento dal programma subconscio. Perciò nella nostra esistenza quotidiana, la mente subconscia è la fonte più potente della nostra biologia. La mente subconscia è un nastro registratore. Non c'è nessuno lì. È praticamente un congegno di stimolo-risposta. Non c'è bisogno di esserne coscienti. Voi ve ne andate in giro per il mondo, e farà quello che deve fare senza che dobbiate pensarci.
Quando la mente cosciente è occupata, non sta osservando il subconscio. Ed il subconscio è composto dai programmi fondamentali che abbiamo ricevuto dagli altri nei primi sei anni. Mentre si vive la vita con le nostre intenzioni e i desideri della mente cosciente, il 95 per cento del comportamento viene dalla mente subconscia, che è stata programmata da altri. E la maggior parte di tale programmazione è veramente limitante. Non sei abbastanza intelligente, non ti meriti le cose buone, non sei bravo in disegno o quello che è. Queste affermazioni diventano programmi subconsci, che si attivano quando non facciamo attenzione. La mente cosciente nella maggioranza è occupata a pensare al futuro o al passato. E se il conscio è occupato in questo, nel momento presente, si è veramente guidati dal subconscio. Il vostro cosciente è occupato a cercare di pensare: "Mi merito un aumento e di certo dovrei salire di grado in questa ditta." Mentre lo fate, di certo, state operando dal subconscio, e quello ha un programma che afferma che non vi meritate le cose. Qual è allora l'espressione del vostro comportamento? Il comportamento che è coerente con "Non mi merito". Ciò significa che farete degli errori o altro che renderanno legittimo che non vi meritiate le cose. Non ve ne rendete conto perché non l'avete visto all'opera, e diventate frustrati riguardo la vostra vita perché ci provate così tanto ad avere successo e non andate mai da nessuna parte. E poi, ovviamente, la tendenza è, non sei tu, è il mondo adostacolarti. La grande e bizzarra sorpresa è che il mondo vi darà qualsiasi cosa. È il vostro stesso sé che è d'intralcio.
BS: Come facciamo a vincere l'opposizione della nostra programmazione subconscia?
BL: Diventandone coscienti. Ci sono un paio di modi di farlo. Il modo più antico è quello dell'attenzione Buddhista. Se sei cosciente di essere qui in questo momento, mentre fai questo stupido errore, osservi l'errore, e potresti rimediarlo. La consapevolezza, però, è una cosa molto difficile da addestrare, ed è anche un processore da 40 bit che cerca di far funzionare completamente il processore da 40 milioni di bit. Perciò, per la maggior parte della gente, è una procedura molto difficile perché le loro vite sono così indaffarate e sono talmente occupati che non riescono a prendere atto di ciò. Un altro modo è: puoi ritornarci dentro e riscrivere il programma, ma ci sono due cose che devi fare: A) identificare il programma, e B) eseguire una procedura per riscriverlo. Quello che riflette è qualcosa alla quale la maggior parte della gente non ha fatto attenzione ed è da dove vengono la maggior parte dei problemi. Pensano di potere semplicemente parlare alla mente subconscia e che questo la migliorerà. Ma la mente subconscia è un nastro registratore. Mettete un nastro nel vostro mangiacassette, accendetelo, e poi ditegli di riprodurre qualcosa di diverso. Il fatto è che lì non c'è nessuno. Non farà niente. Ed il potere del pensiero positivo -la maggior parte della gente dice, il potere del pensiero positivo! Provalo! E quando non funziona si sentono peggio perché non possono neanche fare quello. Perché non funziona? Perché se il programma subconscio non è allineato con la direzione conscia, allora si ha un programma che funziona su un processore di 40 milioni di bit 95 per cento del tempo, che vi tira giù mentre voi impiegate il 5 per cento del vostro tempo nella vostra immaginazione pensando pensieri positivi, mentre il vostro subconscio sta conducendo lo spettacolo e sabotandovi proprio nel bel mezzo dei vostri pensieri positivi. Il pensiero positivo funziona solo se le credenze nel subconscio sono in linea con esso, o se siete completamente attenti. Se siete totalmente attenti ed usate quel desiderio di essere positivi e far funzionare le cose, allora vi accorgerete quando il vostro subconscio sta facendo andare un nastro e voi potete cancellarlo. Ma se non siete attenti e pensate solo pensieri positivi, allora non state conducendo lo spettacolo. Da qui vengono i conflitti. E, ovviamente, se voi foste così positivi nella vostra mente e pensaste che state conducendo lo spettacolo e pensando che non funzioni, ovviamente il mondo vi è contro. No, il mondo non vi è contro, sono i programmi limitanti ed auto-sabotanti che acquisiamo in gioventù. Qui è dove dobbiamo azzerarci.

BRUCE LIPTON è un biologo cellulare, uno scrittore e un professore della scuola del Wisconsin. Le sue ricerche pionieristiche su cloni di cellule sono state di aiuto nel creare il campo rivoluzionario dell’epigenetica. Il suo libro recente – The Biology of Belief sarà pubblicato anche in lingua italiana nell’autunno del 2006.

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CONVINZIONI FISSATE NEI CIRCUITI NEURO-EMOZIONALI

di Andrea Predi

«Le credenze sono davvero potenti. Ne sono un esempio gli esperimenti condotti negli anni '30 del Novecento da Slater, il quale costruì degli occhiali che, grazie ad un gioco di lenti e prismi, facevano sì che chi li indossava vedesse tutto capovolto. Chiese ad una dozzina di volontari di utilizzare questi occhiali speciali, anche se ovviamente non era facile vedere sempre il cielo al posto della terra, ed essi lo fecero, pur con qualche comprensibile difficoltà.
Ad un certo punto, tra la seconda e la terza settimana, accadeva una svolta. Con indosso gli occhiali, i volontari iniziavano a vedere in modo corretto; se li toglievano, vedevano tutto capovolto. Dovettero attendere altre due o tre settimane senza indosso gli occhiali per riacquistare la visione corretta.
Questo esperimento dimostra quanto la nostra forma mentale e le nostre "Convinzioni" siano potenti e del perché sia così difficile fuggire dalla nostra prigione: siamo noi stessi a forgiarne le sbarre con il nostro sistema di credenze.
Ma cosa sono, e come nascono le convinzioni? Ancora una volta ci troviamo di fronte alla necessità di portare consapevolezza su un fenomeno, per poterlo poi risolvere. Cominciamo dalla fine: le azioni umane.
Da dove vengono?
Perché agiamo in un modo piuttosto che in un altro?
Cosa ci fa pensare "io sono così", "questo è giusto e questo è sbagliato", "lo merito o non lo merito"?
Le nostre credenze; e per un gioco di parole, le più potenti sono le credenze di casa.
Quando siamo bambini non sappiamo come essere umani, lo siamo e basta. Guidati dal piacere e dalla curiosità esploriamo noi stessi e il mondo, senza giudicare. I muri della nostra mente sono pressoché puliti, bianchi. Poi i nostri genitori, i quali essendo adulti hanno la mente zeppa di scritte su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, cosa sia bene e cosa sia male, su come si debba essere per venire accettati dagli altri, automaticamente iniziano a scrivere sui nostri muri, passandoci le loro credenze.
Questo processo viene chiamato educazione, o addomesticamento. Ovviamente, nella maggior parte dei casi questi "autori" scrivono ciò che hanno appreso e ritengono più giusto per noi; fanno del loro meglio in base... alle loro "Convinzioni".
Ogni giorno le credenze vengono ripassate ed ampliate, così dopo pochi anni diventano apparentemente indelebili. Ciò grazie a due "inchiostri" particolarmente efficaci: Ripetizione ed Emozione.
I pubblicitari conoscono molto bene questi due potenti mezzi: non è forse continuando a ripetere uno spot emozionante (donne o uomini nudi, allusioni sessuali, situazioni comiche, drammatiche o surreali) che ci convincono che abbiamo bisogno di un dato prodotto?
Le ultime ricerche del biologo Bruce Lipton ci dicono che la natura ha creato un sistema per facilitare l'apprendimento.
Quando incontra un nuovo stimolo ambientale, il neonato è programmato per osservare prima di tutto il modo in cui la madre o il padre rispondono al segnale, decodificando le loro espressioni facciali per apprendere come reagire.
Sia lo stimolo (input) che la risposta comportamentale (output) vengono memorizzati nel subconscio come percezione acquisita, e rappresentano una "scorciatoia" per velocizzare le decisioni. Se lo stimolo appare di nuovo, il comportamento "programmato" viene immediatamente ed inconsciamente applicato.
Il comportamento è quindi basato su di un semplice meccanismo stimolo — risposta. Questa funzione viene utilizzata per conformare il nuovo nato alla "voce collettiva", ovvero le credenze della comunità. Per conoscere noi stessi impariamo a vederci come gli altri ci vedono. Se un genitore (insegnante, prete, TV etc.) scrive nella mente del bambino una auto-immagine positiva o negativa, questa percezione viene registrata nel suo subconscio, diventando la "Voce Collettiva Interna" che dà forma alla fisiologia (peso, salute), ai pensieri ed al comportamento.
Noi siamo le nostre "Convinzioni", le consultiamo ogni giorno, ogni volta che riceviamo uno stimolo esterno o interno: esse sono le nostre Verità, le nostre Personali Tavole della Legge. Il bello è che le nostre scritte non sono tutte positive o tutte negative. Sono come due muli che tirano la stessa fune in due direzioni opposte: il risultato è un compromesso tra le due parti.
Ad esempio, mi viene l'idea di aprire un'attività e mettermi in proprio; immediatamente si attiva il mio Dialogo Interno con frasi che potrebbero assomigliare molto a quelle che seguono:
Non rischiare! /Chi non risica non rosica.
Chi ti credi di essere?/Bravo! Poveri ma onesti/Sei un bambino intelligente.
E se va male?/Se non provi, non lo puoi sapere.
Quelli come noi non sono fatti per queste cose/Siamo fieri di te! Cosa farò?
Dipende dalla grandezza di queste scritte, e da quanto in profondità saranno penetrate nella mia mente e nelle mie cellule; la maggior forza dell'uno o dell'altro gruppo determinerà il mio Pensiero e quindi la mia Azione.
A volte mi sfiora l'idea che ogni essere umano stia facendo del suo meglio, in base alle sue Scritte nella mente... Attraverso la volontà e l'intento, la coscienza può cercare di riscrivere queste convinzioni. Sono tentativi che spesso incontrano vari gradi di resistenze poiché le cellule sono obbligate a sottostare al programma subconscio. È un processo che richiede sforzo ed impegno, ma quanto ci costa rimanere in balia delle convinzioni basate sulla paura?
Le paure dell'Ignoto e del Cambiamento sono sicuramente all'origine della tendenza a mantenere le cose come stanno, a conservare lo status quo. Galileo, che di chiusura mentale e di censura era suo malgrado diventato esperto, a sua volta commentò in questa maniera le affermazioni di Keplero il quale affermava, nel XVII secolo, che le maree erano causate dalla trazione gravitazionale della Luna: «Queste sono le follie di un pazzo! Keplero crede nell'azione a distanza!».
Qualche secolo più tardi, l'Umanità non era cambiata: Einstein, nel 1905, pubblicò i primi scritti sulla relatività e la meccanica dei quanti; i fisici di allora, fedeli alle teorie (ormai diventate dogmi) newtoniane, lo attaccarono duramente.
Max Planck, uno dei fondatori della fisica quantistica, annota nella sua autobiografia che la scienza progredisce funerale dopo funerale: «Una nuova verità scientifica non trionfa convincendo i suoi oppositori e facendo loro vedere la luce, ma piuttosto perché i suoi oppositori alla fine muoiono, ed una nuova generazione nasce già famigliare con essa».
Tutto sta ad uscire dalle nostre "zone comode". Le "Convinzioni" determinano anche ciò ' che possiamo o non possiamo fare; esse sono responsabili del lavoro che facciamo, delle relazioni che abbiamo, del nostro livello economico e sociale. Le Convinzioni creano nella mente una "zona comoda", vale a dire un'area di pensiero e di azione dentro la quale mi sento a mio agio. La Zona Comoda è simile al riscaldamento automatico delle abitazioni: viene impostata una temperatura, poniamo 20°, ed una soglia di tolleranza che oscilla tra i 18° ed i 22°. La caldaia si attiva per creare i 20° e poi si spegne; quando i sensori rilevano che la temperatura nella stanza è scesa al di sotto dei 18°, automaticamente la caldaia riparte, ricreando il clima ideale e conosciuto. Questo sistema ci consente di rimanere a nostro agio in ciò che facciamo, ma ci impedisce di esplorare le enormi potenzialità che dormono in noi».
Ma quanti altri metodi concreti, praticabili, esistono per prendere atto delle nostre credenze e che ci riportano a quelli accennati dal noto biologo? Recenti ricerche sul DNA ci suggeriscono che il linguaggio può arrivare a riscriverlo. Dobbiamo crederci?

Come ricercatori di noi stessi non ci rimane che sperimentare. Di strumenti per "cancellare e riscrivere" (quando e se è necessario riscrivere) sembra che ce ne siano.
Per esempio delle modalità di terapia (o psicologia) energetica che consentono di individuare e
"ri-programmare" le credenze interne, alcune sono antiche di millenni: come lo Sciamanesimo, o più attuali come la Bioenergetica, la Programmazione Neuro Linguistica (PNL)...
Ad esse si aggiungono le Terapie basate sull'Energia dei Meridiani, frutto della fusione tra le conoscenze di Oriente ed Occidente, che comprendono la Thought Field The-rapy (TFT - La terapia del campo di pensiero) da cui è poi derivata la Emotional Freedom Technique (tecnica che libera dalle emozioni) detta EFT, una terapia neuroemozionale che ognuno può autonomamente applicare a se stesso.”

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MAGGIO 2006

SPECCHIO DEI MIEI NEURONI….

Si chiamano proprio “neuroni specchio”: si attivano quando compiamo un’azione, ma anche quando la vediamo compiere. Grazie ad essi riusciamo a metterci nei panni degli altri. Come si conviene a un avvenimento che ha provocato una svolta, “la storia di come abbiamo scoperto i neuroni specchio è diventata quasi un racconto mitico” scherza Giacomo Rizzolatti, neuroscienziato e professore di fisiologia a Parma, il cui nome risuona nei congressi internazionali, ma che è rimasto sorprendentemente nascosto al grande pubblico in Italia. All’inizio degli anni ’90 Rizzolati, il cui laboratorio attira oggi studenti da tutto il mondo, svolgeva ricerche assieme a giovani scienziati su come funzionano nelle scimmie i neuroni che controllano i movimenti delle mani. I macachi imparavano a fissare una lucina su uno schermo, aprivano una scatola di cibo che poi afferravano e mangiavano. Intanto veniva registrata l’attività dei singoli neuroni della corteccia motoria accesi durante i movimenti.
Un giorno, per caso, uno dei collaboratori di Rizzolati che stava mangiando un gelato, o forse un altro che prendeva un pezzetto di banana destinato alla scimmia (il ricordo preciso si è perso a forza di raccontarlo), si accorse che gli elettrodi si attivavano anche se la scimmia era immobile. Dopo l’incredulità iniziale venne la conferma che era davvero così: quei neuroni motori di cui stavano registrando l’attività scaricavano, come si dice in gergo, non solo quando era la scimmia a compiere il gesto di portarsi il cibo alla bocca, ma anche quando l’animale guardava altri eseguire la stessa azione. Queste cellule cerebrali che sembravano riflettere i gesti altrui presero il nome di neuroni specchio.
Da allora, molti altri esperimenti hanno mostrato che sistemi analoghi di neuroni esistono nell’uomo, nella corteccia motoria e in altre parti del cervello; e che sono probabilmente alla base della nostra capacità di intuire pensieri e comportamenti altrui, di imparare, imitare azioni e condividere emozioni. La scoperta di Rizzolati sta profondamente modificando l’idea del funzionamento del cervello e della mente, come pure provocando ricadute in numerose altre discipline: psicologia, antropologia, filosofia, teorie sull’origine del linguaggio e sull’autismo.
In un libro scritto a quattro mani con Corrado Sinigaglia, docente di filosofia della scienza dell’Università di Milano, Rizzolati racconta la storia dei neuroni specchio e la rivoluzione che le sue scoperte hanno portato in altre discipline.
Che cosa c’è di tanto sorprendente nel fatto che alcuni neuroni rispecchiano le azioni degli altri, ha chiesto Panorama a Rizzolati e Sinigaglia, incontrati appena prima dell’uscita di So quel che fai – Il cervello che agisce e i neuroni specchio (Cortina). “Siamo abituati a pensare al cervello come a una specie di calcolatore che elabora gli stimoli provenienti dai sensi e li traduce in comandi per i muscoli. I neuroni specchio, invece, ci dicono che il nostro cervello è un cervello che rivive le azioni degli altri e così, automaticamente, è in grado di capire i gesti e di afferrarne le intenzioni” risponde Rizzolati. “Mettersi nei panni degli altri, insomma, dal punto di vista dell’attività cerebrale non è solo un modo di dire”. “ Non sapremmo mai che cosa gli altri stanno davvero facendo se non rivivessimo, in senso motorio, le loro azi0oni nel nostro cervello”, aggiunge Senigaglia.
E pare che sia letteralmente così. Nel cervello di un ballerino classico, come hanno poi mostrato esperimenti condotti dai ricercatori sull’onda della scoperta di Rizzolati, la vista di un altro danzatore che si muove sulle punte attiva i neuroni specchio in modo molto più marcato che in una persona che non sa ballare, o in chi è esperto di balli moderni ma non di danza classica. Ed è comune a tutti l’esperienza di puntare il piede guardando un atleta che sta per saltare, come se fossimo noi stessi a spiccare il salto..
Ma non è solo questione di movimenti e azioni. “Anche le capacità più alte e nobili, come ragionare e formare concetti rimarrebbero misteriose e incomprensibili se i neuroni specchio non ci permettessero di afferrare immediatamente, senza alcun ragionamento, quello che gli altri fanno e intendono, replicandolo nel nostro cervello” afferma Sinigaglia. Una concezione che i neuroscienziati stessi faticano ancora ad accettare, anche se Vilayanur Ramachandra, uno tra i più famosi neuropsicologi, ha dichiarato che i “neuroni specchio rappresenteranno un giorno per la psicologia ciò che il dna ha rappresentato per la biologia”.
Se riconosciamo le azioni altrui rivivendole nel nostro cervello, lo stesso, come hanno mostrato vari esperimenti, si può dire per le emozioni, che fanno attivare i neutroni specchio dell’insula, una parte molta antica e misteriosa del cervello. Una reazione emotiva di dolore o di disgusto risuona dentro di noi come se la stessimo provando in prima persona. E questo è stato probabilmente uno strumento prezioso nel corso della nostra evoluzione. “E’ come disporre di un sistema di monitoraggio dell’ambiente multiplo: la percezione del disgusto di un altro ci mette sull’avviso. Difficilmente assaggeremo il cibo che l’ha provocato” dice Sinigaglia.
Emozioni provate da tutti, come la commozione che prende allo stomaco nel vedere un’altra persona che piange, assumono tutta un’altra luce. “Vedo un bambino piangere ed è come se piangessi anch’io” osserva Rizzolati. C’è però un dato sperimentale curioso e da approfondire, secondo lui: “Mentre siamo profondamente simpatetici verso le emozioni negative, come il dolore, il disgusto, l’imbarazzo, sembra che lo siamo assai meno per la gioia degli altri”. Siamo insomma più vicini a qualcuno che soffre che a chi gioisce. Sul perché siamo fatti proprio così si potrebbe elucubrare a lungo.
Neuroni specchio difettosi, secondo alcuni studiosi, potrebbero essere all’origine dell’autismo. Un esperimento recente di ricercatori all’Università della California a Los Angeles ha mostrato che nei bambini autistici, al contrario che in quelli normali, l’immagine di facce tristi, sorridenti o impaurite non scatena l’accensione dei neuroni specchio. Gli autistici sembrerebbero incapaci di leggere la mente degli altri non potendo replicarne i gesti e le emozioni. “Si capirebbe allora anche perché il mondo fa loro una paura estrema: tutto diventa imprevedibile” dice Rizzolati.
I Neuroni specchio potrebbero avere il ruolo nel linguaggio, nell’imitazione, nell’apprendimento dei bambini e in moltissimi altri campi dell’esperienza umana, come diversi studi stanno cominciando a mostrare. Più di tutto, però, cambia il modo in cui ci fanno guardare a noi stessi e agli altri. “ La neurologia, a questo punto, ci dice che non siamo egoisti perfetti, come un liberalismo male interpretato pretenderebbe, ma siamo per definizione altruisti, immediatamente accomunati agli altri nelle azioni e nelle emozioni” afferma Rizzolati. L’inganno, le bugie, l’errore vengono dopo. In origine, conclude Sinigaglia, “ non è neppure possibile concepire un io senza un noi”.

Chiara Palmerini -Panorama del 2/3/2006

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MARZO 2006

Intelligenza Emotiva e abilità sociali nella scuola pubblica

Karol De Falco - Facilitator of the Social Development Program
in the New Haven Public Schools in Connecticut - U.S.A.

"Credo che siano pochi a non condividere la consapevolezza che la scuola abbia come obiettivo quello di promuovere unicamente abilità scolastiche e trasmettere conoscenze, per far procedere gli allievi da un livello a quello superiore.
Tuttavia è difficile portare a termine tale obiettivo se, ad esempio, lo studente è assente, è stato espulso dalla scuola, se sta attraversando un lutto, o se pensa che la vita sia qualcosa che gli capiti suo malgrado e sulla quale non ha alcun controllo. Talvolta ci sono studenti che, pur essendo presenti fisicamente, non lo sono con la mente. Sebbene questi ragazzi siano nelle nostre classi le loro menti sono "prese" da pensieri che sono di tipo socio/emozionale. Lo si può comprendere dal fatto che non prestano attenzione, perdono facilmente la concentrazione, partecipano poco, dimenticano di fare i compiti, spesso reagiscono aggressivamente.

Per questi ragazzi vengono prese spesso delle decisioni sui programmi, sui testi, sull'affiancamento di insegnanti di sostegno ma non ci si chiede realmente quali siano i loro bisogni. I programmi ministeriali, quindi, non sempre riescono a dare risposta alle necessità dei ragazzi che sono presenti solo con il corpo e non con la mente….. c'è bisogno di sviluppare competenze che non sono quelle tipiche di un curriculum scolastico: il controllo degli impulsi, la gestione dello stress, l'empatia, il sapere come reagire ad una accusa, e il problem-solving.

Per ottenere che questi ragazzi raggiungano via via i loro livelli di sviluppo cognitivo superiore occorre incontrarli dove sono e dare loro quelle abilità e quelle risorse per affrontare e superare gli eventi stressanti, così che possano essere più abili nel superamento delle richieste scolastiche. Senza queste competenze socio-emozionali gli eventi stressanti prendono il sopravvento e impediscono ai nostri allievi di mettere a frutto le proprie potenzialità per il raggiungimento degli obiettivi scolastici.
In America esistono dei programmi scolastici sull'intelligenza emotiva che insegnano "il miglior modo di sentirsi, il modo corretto di agire". Io non sono un ispettore del provveditorato e non so giudicare la veridicità di questa affermazione. Io tuttavia applico programmi scolastici che comprendono l'acquisizione di competenze sociali come parte integrante di un programma sequenziale di comprensione della realtà.
Molte sono le materie che trattiamo:
Controllo degli impulsi
Gestione della rabbia
Empatia
Riconoscimento di similarità e differenze tra le persone
Buone maniere
Monitoraggio di sé stessi
Comunicazione
Valutazione del rischio
Autostima
Problem solving
Presa di decisioni
Pianificazione degli obiettivi
Resistenza alla pressione dei pari
In questi problemi si prevede spesso l'esercizio di risoluzione di problemi che avvengono nei bar, nei corridoi, in palestra o nel cortile della scuola ……. tuttavia io preferisco un programma che assuma l'ottica della prevenzione:
cioè l'offerta a tutti gli studenti - non solo ai "ragazzi problematici" - di ridurre la probabilità di comportamenti antisociali o a rischio, in modo tale che tutti i ragazzi, qualora si trovino nella loro vita ad affrontare eventi stressanti, possano come affrontarli.
Dopo tutto, quale ragazzo non si è trovato di fronte alla necessità di resistere agli impulsi?
Quale ragazzo non si è mai trovato di fronte alla necessità di valutare il rischio?
O a dover fare i conti con la gestione della rabbia?
Insomma programmi di intelligenza emotiva sono importanti proprio per tutti.

Se si considerasse l'intelligenza emotiva come una qualsiasi altra materia la si penserebbe come lo sviluppo sequenziale di abilità da proporre ogni giorno, ad ogni bambino, in ogni grado di scuola e tutti gli anni scolastici. E come tutte le altre materie scolastiche l'insegnante dovrebbe presentare la materia, illustrare le abilità da acquisire facendo un esempio alla lavagna, dare agli studenti la possibilità di fare pratica, richiedere che gli studenti applichino tali abilità in un qualche progetto concreto, e prevedere una "ricompensa", per quegli studenti che applicano correttamente quello che hanno appreso.
Negli Stati Uniti "presentare-illustrare-pratica-applicazione-ricompensa" sono i requisiti che ogni materia curricolare deve possedere per essere insegnata nelle scuole.
Nel New Haven , dove insegno, è previsto un corso che prevede tutti questi passaggi ed è pensato per ogni giorno, rivolto ad ogni bambino in ogni grado e scuola in ogni anno: è il programma di sviluppo sociale- insegnamento K-12:
Dalla scuola materna alla terza classe si sviluppano capacità di "consapevolezza di sé", di
"relazione interpersonale" e di "presa delle decisioni".

Al quarto e quinto anno ci si focalizza sull'"allenamento all'empatia", sul "controllo degli impulsi" e sulla "gestione della rabbia".
Nelle scuole medie, io insegno proprio in questo grado di scuola, gli studenti sviluppano abilità di "problemsolving" utilizzando strategie di "gestione dello stress" e di "identificazione del problema", abilità nello "stabilire obiettivi raggiungibili" e nel "generare soluzioni diverse", promozione del "pensiero sequenziale (anticipazione delle conseguenze di un'azione)" e della "pianificazione". Loro apprendono anche la capacità di resistere alla "pressione dei pari".

Nelle scuole superiori, infine, gli allievi apprendono a prendere decisioni in modo consapevole, attraverso la capacità di "assumere il punto di vista degli altri" e la capacità di riconoscere "rischi ed opportunità".
….. Costruire competenze emotive è…..l'obiettivo che occorrerebbe perseguire in ogni contesto scolastico."

Il testo è tratto da http://www.sciform.unito.it/ Barbara Sini - Facoltà di Psicologia - Laboratorio di Psicologia delle emozioni - Le informazioni su Karol De Falco sono tratte da www.edutopia.org - THE GEORGE LUCAS EDUCATIONAL FOUNDATION .

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La Libertà

"Se puoi sognarlo, puoi farlo." (Walt Disney)

Chiediamoci con tutta sincerità: "Mi sento veramente libero?"
Ognuno di noi darà certo risposte diverse: qualcuno dirà si, qualcuno no, qualcun altro dirà non so. Se siamo tra quelli che hanno risposto si, esaminiamoci più profondamente e chiediamoci: "In che senso mi sento libero? Se libertà significa mancanza totale di freni, intesi come restrizione alla manifestazione della mia personalità, posso dire di esserne veramente esente? Siamo sempre capaci di comportarci nella maniera che riteniamo più giusta, senza lasciarci influenzare dal possibile giudizio degli altri? Riusciamo in ogni circostanza ad esprimere la nostra opinione con sicurezza, ad esternare i nostri sentimenti nel modo migliore e più consono alla circostanza?"
Se scaviamo veramente a fondo, quasi certamente troveremo delle remore che ci impediscono di essere quello che vogliamo, delle paure che ci sono state trasmesse, a livello inconscio, dall'educazione, dalla morale, dalla religione, dalla società. In definitiva dovremo ammettere di non essere totalmente liberi.
Se cerchiamo di combattere le cause dei vari condizionamenti che ci portiamo dietro, rischiamo di lanciarci contro i mulini a vento come Don Chisciotte. L'educazione, le abitudini, la società sono quelle che sono; non sono comunque dei giganti che ci tengono la spada puntata alla gola per farci ubbidire ai loro comandi.
I condizionamenti sono stati elaborati come dottrine ed i pensieri negativi sono forse stati trasmessi da esempi ricevuti in passato. Chi è a decidere se lasciarsi condizionare o meno, se accettare o meno i pensieri negativi?
Siamo NOI, unicamente NOI!
Perciò sta a noi decidere se vogliamo entrare nella gabbia della prigionia, accettando ciecamente quanto ci viene presentato come regola di vita, perché…così fanno tutti gli altri!
Oppure possiamo scegliere di restarne fuori, avendo la consapevolezza che siamo capaci di vagliare quanto ci viene proposto, di accettare ciò che riteniamo giusto per noi e rifiutare quello che non sentiamo adeguato alle nostre aspirazioni. La libertà è, quindi, un fatto totalmente personale.

Se non siamo coscienti della facoltà di scelta che possediamo, saremo facile preda delle imposizioni dettateci dal conformismo che ci circonda a tutti i livelli.

Se, invece, riusciamo a scuoterci di dosso questo credo, queste etichette che altri vorrebbero imporci, ci renderemo conto che non siamo mai stati prigionieri, che le sbarre della nostra cella erano solo immaginate.

In http://www.e-school.it/

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FEBBRAIO 2006

L’analfabetismo emotivo

Da Goleman nel suo celebre INTELLIGENZA EMOTIVA abbiamo imparato che per analfabetismo emotivo si intende * la mancanza di consapevolezza e quindi di controllo e di gestione delle proprie emozioni e dei comportamenti ad esse connessi * la mancanza di consapevolezza delle ragioni per le quali ci si sente in un certo modo * l’incapacità a relazionarsi con le emozioni altrui – non riconosciute e non rispettate – e con i comportamenti che da esse scaturiscono.
E ancora dalle sue ricerche sappiamo che esso è diffuso nei bambini, nei ragazzi e nei giovani che studiano, a prescindere dal loro quoziente di intelligenza, e nei giovani che lavorano e negli adulti, anche a prescindere dalla professione esercitata e dal livello culturale raggiunto.
Se adesso diamo uno sguardo alla nostra società, e in particolare al settore della Scuola o a quello della Sanità, possiamo renderci conto che l’Alfabetizzazione Emotiva non è ancora un obiettivo primario né rispetto all’educazione alla relazione e alla comunicazione, né rispetto alla salute psico-fisica, e che nessuna campagna di Alfabetizzazione Emotiva è stata ancora promossa né in un settore, né nell’altro, diversamente da ciò che è stato fatto in passato, invece, per vincere l’analfabetismo tout court.
Ma se non sono ancora maturi i tempi per una campagna sociale di massa che possa alfabetizzare emotivamente, sono ormai maturi i tempi :
perché questo processo si avvii, da subito e in maniera diffusa, nella realtà delle nostre Scuole di ogni ordine e grado;
perché Educatori, Maestri, Insegnanti e Genitori comincino ad acquisire le competenze necessarie per insegnare ai bambini, fin dalla più tenera età, e agli adolescenti a “leggere” e a “scrivere” le proprie emozioni, e a sviluppare quella abilità che predispone alla pace che è l’EMPATIA, gettando così le basi per una umanità più sana.
Le Proposte Educative che fanno parte del Progetto FOR MOTHER EARTH® per la Scuola e la Formazione sono il risultato di diciotto anni di Ricerca sia teorica che esperienziale che ho portato avanti con Bambini dal Nido in su, con Ragazzi e con Giovani, con i loro Insegnanti ed Educatori, con Genitori, con Operatori sociali.
Tali Proposte non hanno assolutamente la pretesa di risolvere tutti i problemi che i Bambini, i Ragazzi e i Giovani vivono all’interno della Scuola o della famiglia, o di renderli improvvisamente e magicamente saggi e rispettosi di se stessi, degli altri e del Pianeta. Credo fortemente, però, che tali proposte siano un contributo e uno strumento efficace per prevenire i disagi e i problemi che nascono:
dall’ignoranza emotiva,
dalla sfiducia in se stessi,
dalla mancanza di autostima,
dalla rigidità mentale,
dal mancato sviluppo della Capacità Creativa che costituisce “una marcia in più nel trovare strade alternative ed efficaci per risolvere i problemi”.

Carmela Lo Presti

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SORRIDERE CI FA BENE?

“Vi siete mai chiesti quando impariamo a sorridere? Osservando i neonati si è visto che la maggior parte di loro imparano a sorridere già a due mesi dalla nascita. C’è chi afferma addirittura, come l’ostetrico britannico Stuart Campbell, che i bambini sorridano addirittura nell’utero materno. La cosa più curiosa è che sembra sia stato osservato che solo i primi sorrisi del bambino sono realmente sinceri e autentici, rimanendo tali fino al compimento del quarto anno di età, dopodichè il sorriso può assumere anche altri significati come, ad esempio, la falsità che nasce dall’arte del mentire per gioco. Purtroppo è nell’età adulta che si tende a sorridere sempre di meno. Anche in questo caso il sorriso assume significati diversi, infatti, si tende più che altro a ridere sguaiatamente, sghignazzare, rumoreggiare. Ovviamente, queste tipologie di sorriso non sono funzionali allo star bene e non ci aiutano ad ottenere i benefici psicofisici.
Ma perchè sempre più spesso si sente dire che il sorriso ci aiuta a vivere meglio? Anche se la maggior parte di noi può essere d’accordo con tale affermazione, quello che risulta difficile è farlo! Troppi pensieri, troppe decisioni da prendere oppure poco tempo, poca voglia, pochi motivazioni. Forse qualche dato sulla salute potrebbe aiutarci a trovare qualche “stimolo” in più.
ESISTE UNA RELAZIONE TRA EMOZIONI E SALUTE?
Secondo la psicocardiolgia, scienza che studia le connessioni profonde tra le emozioni e sistema cardiovascolare: si, esiste una forte relazione tra le emozioni che proviamo e il nostro benessere psicofisico! Emozioni negative e stressanti possono, infatti, favorire l’insorgere di malattie patologiche.
Partendo da queste considerazioni gli studiosi hanno, quindi, cercato di rispondere anche ad un secondo quesito, ovvero: buonumore e ottimismo, possono rappresentare una buona linea di prevenzione e di cura? Karen Matthews, psicologa dell’università di Pittsburgh, condusse uno studio su 209 donne sane in condizione di post-menopausa e scoprì che le più ottimiste tra loro avevano un ispessimento delle arterie carotidee molto basso, intorno all’1%, mentre le donne pessimiste avevano un ispessimento carotideo del 6,5%: l’ottimismo aveva prodotto un effetto benefico sull’organismo e rallentato la progressione dell’aterosclerosi.
Le ricerche condotte sulla risata si sono dimostrate ugualmente interessanti, dimostrando alla fine che anche ridere può essere un buon metodo preventivo contro gli attacchi d’infarto. Il dottor Michael Miller, della facoltà di medicina dell’università del Maryland, osservò, in uno dei suoi studi, che la visione di un film divertente, per 15 minuti, produceva un effetto benefico sul sistema cardiovascolare, pari a quello di un esercizio aerobico. La risata, seguita alla visione del film comico, aveva prodotto, su 19 dei 20 partecipanti, una dilatazione dei vasi sanguigni del 22% più rapida del solito. Ecco perché la medicina ci consiglia di dedicare più tempo al sorriso. Pensate: basterebbero almeno 15 minuti al giorno di sana risata a far sì che il nostro organismo stia meglio ed ottenga effetti benefici, come:
• un aumento dell’ossigenazione del sangue
• ricambio della riserva d’aria nei polmoni
• stimolazione e produzione di serotonina ed endorfine
• stimolazione e produzione di anticorpi
• miglioramento del tono muscolare addominale
• i movimenti del diaframma aumentano l’irrorazione sanguigna degli organi interni
UN ESPERIMENTO CHE FA “SORRIDERE”!
Per sconfiggere la paura dovuta allo scoppio delle bombe del 7 luglio 2005, venne organizzata a Londra, sette settimane dopo gli attentati, una mostra in cui si potevano ammirare trentacinquemila foto di persone sorridenti. L’iniziativa ebbe un grande successo scatenando gli applausi e l’approvazioni di molti londinesi. Nelle recensioni della mostra venne messo in luce che il sorriso è il primo segno d’intelligenza dell’homo sapiens e uno dei fattori che lo distinguono dagli animali (tranne le scimmie, le quali hanno la capacità di sorridere). A confermare gli studi già descritti si aggiunse anche quello del dott. David Lewis che stabilì come le emozioni prodotte in noi quando qualcuno ci sorride e quando noi ricambiamo il sorriso, comportino cambiamenti chimici nel cervello. Sembra, quindi, ormai certo: sorridere crea conseguenze cerebrali che ci permettono di migliorare il ricordo di determinati eventi, ci rendono più ottimisti, motivati, resistenti al dolore e soprattutto ci consentono di mostrarci più positivi verso la vita. Insomma: sorridere fa bene alla salute!
Il consiglio è, quindi, allenare il proprio ottimismo e buonumore, ma con Intelligenza Emotiva: sorridere in modo autentico e sincero! Essere ottimisti non vuol dire pensare che andrà sempre tutto bene, ma sapere di avere un’alternativa, scorgere possibilità dove non sembra ce ne siano: sorridere anche quando si pensa di avere poche ragioni per farlo!
A noi non resta che augurarvi di iniziare il prima possibile!”

Fonti:
Anne Underwood, La Repubblica, lunedì 10 ottobre 2005
Ekena Dusi, Enrico Franceschini e Marco Lodoli La domenica di Repubblica, 28 agosto 2005

a cura di Arianna Vincenzi

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DICEMBRE 2005

IL DIARIO DELLE EMOZIONI

Il processo di dare un nome alle emozioni e scriverne qualcosa può aiutarci a definire il contenuto delle emozioni stesse.
Emozioni che sembravano misteriose e incontrollabili assumono allora connotati e limiti ben precisi: ci sembrano così più trattabili e ci spaventano meno.
Se poi, dopo averne preso coscienza, risaliamo al pensiero che le ha generate, possiamo modificarle e sperimentarne di nuove, di più sane, benefiche e positive per noi e le nostre relazioni.
Esercizio: IL DIARIO EMOTIVO
Puoi fotocopiare la tabella che trovi più avanti o riprodurla su un foglio di “quadernone” e poi decidi per quanto tempo terrai il tuo diario: il mio consiglio è per almeno un mese, la sera, a conclusione della giornata, oppure la mattina, prima di iniziare la giornata… o in qualsiasi altro momento ti vada bene, possibilmente compilandolo sempre nello stesso momento della giornata. L’ideale sarebbe che tu dedicassi un po’ di tempo a questo diario tutti i giorni… E adesso cominciamo.
1. Ripercorrendo mentalmente la giornata trascorsa, segna con un pallino o una crocetta, nella colonna del giorno della settimana a cui si riferisce, le emozioni che hai sperimentato.
2. Prendi in considerazione quella per te più significativa o che ti ha creato o ti crea adesso qualche problema (ogni giorno concentrati su un’emozione diversa) e rispondi alle seguenti domande, trascrivendo le risposte sul tuo “quadernone”:
- In relazione a quale evento hai provato quella emozione?
- In quale ambiente e con chi ti capita di sperimentare più spesso quella data emozione?
- Gli altri si sono accorti di quello che ti stava capitando?
- Ne hai parlato con qualcuno?
- Dopo quell’emozione come ti sei sentito/a?
- Quello che hai provato è come…… Trova un’immagine, un simbolo, una similitudine che possa rappresentare come ti sei sentito/a o quello che hai provato. Disegna la tua emozione su di un foglio e colorarla con le tecniche di tuo gradimento.
- Riguardo alle emozioni, noti in te atteggiamenti o percezioni che vorresti modificare?
- Osserva le reazioni degli altri alle tue emozioni, soprattutto quelle dei tuoi figli, dei tuoi genitori, dei tuoi amici, dei tuoi colleghi di lavoro, dei tuoi alunni e prendine nota.
- Tendi a esprimere l’emozione che provi con comportamenti di un’altra emozione: ti arrabbi e invece, ad esempio, di urlare ti metti a piangere, oppure sei triste e invece di piangere, esci sbattendo la porta, ecc…?
- Stai in ascolto delle tue emozioni e in genere ti chiedi cosa stai provando, dicendoti la verità?
- Reprimi abitualmente le tue emozioni?
- Quali pensieri hanno creato quell’emozione?
- cosa hai dovuto pensare su di te per potere vivere quell’emozione?
- cosa hai dovuto pensare sull’altro per potere vivere quell’emozione?
- Quale pensiero diverso puoi pensare, in modo da provare un’emozione diversa che ti fa sentire, stare e vivere bene con te stesso e con gli altri?
- Il quadro che ne viene fuori ti fa venire in mente tua madre o tuo padre? Chi di loro avrebbe potuto avere un diario simile al tuo?
- Le tue emozioni sono “le tue” o sono mutuate da tuo padre o da tua madre?

 

EMOZIONE

Lunedì

Martedì

Mercoledì

Giovedì

Venerdì

Sabato

Domenica

Soddisfazione

             

Contentezza

             

Allegria

             

Felicità

             

Euforia

             

Fastidio

             

Irritazione

             

Nervosismo

             

Rabbia

             

Furia

             

Preoccupazione

             

Agitazione

             

Ansia

             

Paura

             

Terrore

             

Scontentezza

             

Dispiacere

             

Tristezza

             

Infelicità

             

Disperazione

             

Sorpresa

             

Disgusto

             

Timidezza

             

Incertezza

             

Orgoglio positivo

             

Gratitudine

             

Stress

             

Vergogna

             

Rimpianto

             

Invidia

             

Senso di colpa

             

Rancore

             

………

             

…………

             

……………….

             
               

Tabella 2  – IL DIARIO EMOTIVO – © Carmela Lo Presti 2005, da: Jonh Gottman – INTELLIGENZA EMOTIVA PER UN FIGLIO  – modificato  e arricchito del Questionario della pagina precedente.



Tabella 2 – IL DIARIO EMOTIVO – © Carmela Lo Presti 2005, da: Jonh Gottman – INTELLIGENZA EMOTIVA PER UN FIGLIO – modificato e arricchito del Questionario della pagina precedente.
Con questo esercizio diventerai consapevole
del rapporto che hai con il tuo mondo emotivo;
delle emozioni che prevalgono in questo momento nella tua vita;
delle emozioni che vivi raramente;
dei pensieri che fanno scattare certe emozioni e certi comportamenti;
delle persone con le quali e degli ambienti nei quali più frequentemente vivi determinate emozioni;
del genitore che hai scelto come modello emotivo privilegiato.”

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NOVEMBRE 2005

IL FEEDBACK

“Come Educatori ci capita continuamente di essere nella posizione di chi osserva nei Bambini comportamenti che “non ci piacciono”, socialmente inadeguati o che, semplicemente, hanno un effetto indesiderato su di noi. Ebbene, poiché per me la Presupposizione che:
non c’è fallimento, ma solo feedback,
non è solo vera, ma anche fondamentale, voglio esporti una Struttura della PNL che ti permetterà di Comunicare in modo efficace e sincero quello che, secondo te, non va bene del Comportamento di un’altra persona.
Ma, prima di tutto, ti ricordo che:
la Persona non è il suo comportamento;
ogni comportamento ha un’Intenzione Positiva.
Ogni volta che noti in un’altra Persona un Comportamento che può essere migliorato, pensa sempre a quanto può essere utile comunicarglielo dandole Fiducia e facendo in modo che possa accogliere e comprendere il tuo feedback utilizzando la Tecnica descritta in questo paragrafo. Consideralo un dono per la sua Crescita Personale: infatti, quello che le proponi è una SFIDA con se stesso e, quindi, un’occasione di Crescita. Ma mi raccomando, ricorda sempre che la responsabilità del SUO comportamento è la SUA e quindi è libero di scegliere se cambiarlo oppure no!
LA TECNICA DE “IL PANINO COMUNICATIVO”
Questa struttura per dare un Feed-back è molto semplice, ma profondamente potente. Si articola in 3 Fasi:
I Fase: Apertura Positiva
Accogli la Persona evidenziando ciò che di Positivo hai notato in Lui/Lei o in qualcosa che ha fatto.
Es: Ho notato che ieri hai messo a posto la tua scrivania, sei stato molto bravo! Adesso la tua scrivania è davvero molto in ordine! Sapevo che sai riordinare molto bene la tua stanza.
Ricorda:
dì sempre cose vere, concrete e attinenti alla Sfida che vuoi lanciare, perché i complimenti vaghi e fini a se stessi non servono a nulla!
E’ fondamentale che la Persona che abbiamo davanti abbia Fiducia in noi, per questo dobbiamo Riconoscerle ciò che di buono ha fatto e accoglierla esattamente per quella che è!
Ricordati che quando ricevi complimenti SINCERI, sei più aperto ad ascoltare e quando arriva la Fase II, cioè la Sfida, ti trova disponibile all’ascolto!
II Fase: la SFIDA
Proponi alla Persona il Comportamento che secondo te lei potrebbe migliorare, in termini di Sfida
Es: La Sfida adesso, per te, potrebbe essere mettere la Cartella al suo posto appena torni da Scuola.
III Fase: Conclusione Positiva
Racconta quanto sarà migliore la sua vita, il vostro rapporto (o tutto quanto ti viene in mente) quando avrà accolto la tua Sfida.
Es: Sono certo che nel momento in cui sceglierai di mettere al suo posto la Cartella, la tua stanza avrà un aspetto fantastico e tu potrai studiare ancora meglio in uno spazio ordinato, quanto lo è la tua scrivania adesso.
Questa struttura si Chiama PANINO COMUNICATIVO (Feedback Sandwich, in Inglese), perché, come puoi vedere la Sfida è tra due Parti Positive, come il Prosciutto in un Panino!”

Carmela Lo Presti – Barbara Quadernucci – L’ALLENAMENTO EMOTIVO PER I NOSTRI BAMBINI, AL NIDO, A SCUOLA, A CASA DALL'ETÀ DI 2 ANNI in CD-rom – Vol.1 – Edizioni Era Nuova - 2005

Barbara Quadernucci

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AFFETTIVITÀ E CONOSCENZA: EMOZIONI

di Umberto Tenuta
Direttore della RIVISTA DIGITALE DELLA DIDATTICA e già Ispettore Tecnico del MIUR http://www.rivistadidattica.com/


“Scrive Tommaso D'Aquino che <<Ogni essere che agisce, agisce per un fine. Ora, per ogni essere, il fine è il bene che si desidera e si ama. Da ciò è manifesto che ogni essere che agisce, qualunque sia questo essere, compie ogni sua azione, qualunque sia questa sua azione, mosso da qualche amore>>
All’inizio di ogni processo conoscitivo e apprenditivo, così come di ogni azione umana, sta un amore, un desiderio, una motivazione: la filosofia è amore del sapere e la parola studente deriva dal latino studium che significa a amore, passione, piacere dello studio. Lo studente, da studium, è colui che ama sapere e quindi ha lo stesso significato della parola filosofia (filo, amore, sofia, sapere).
Coerentemente a tale concezione dello studente, nei Programmi didattici nel 1955 per la scuola primaria si affermava che <<scopo essenziale della scuola non è tanto quello di impartire un complesso determinato di nozioni, quanto di comunicare al fanciullo la gioia e il gusto di imparare e di fare da sé, perché ne conservi l'abito oltre i confini della scuola, per tutta la vita>>.
Ma nessuno ha dato importanza ad una affermazione così significativa e la scuola ha continuato ad essere luogo della pena dell’apprendere, della condanna ad imparare, della costrizione ad acquisire i saperi che agli alunni non interessano.
Imparare a leggere ed a scrivere: quale scuola ne ha mai fatto sentire l'utilità, malgrado la lezione dell'Emilio del Rousseau che un bel giorno, scoperta l'utilità della lettura, chiede con insistenza al suo maestro Giacomo di insegnargli a leggere ed a scrivere?
Imparare la tecnica delle quattro operazioni aritmetiche a sei anni, quando i conti della spesa li fa la mamma!
Imparare i moti di rotazione e di rivoluzione della terra, quando l'attenzione è rivolta ai giochi e ai videogiochi!
La scuola è una pena o, quanto meno, una noia.
Occorre andarci a scuola, solo per far contenti mamma e papà.
Certo, anche questo è un amore, un amore indiretto, che volentieri si scambierebbe con un bel bacione sulle guance materne!
Letizia Moratti, a Rimini, ha dovuto raccomandare di rendere meno noiosa la scuola.
Meno noiosa! Si tratta di indorare la pillola, che però rimane ancora amara!
La noia, la pena, la condanna dello studio!
Solo la scuola poteva compiere questo miracolo: cambiare la gioia dell'imparare, l’amore del sapere, la passione del conoscere, che i bambini portano con sé sin dalla nascita[1], con la pena, la costrizione, se non con la punizione.
Evidentemente, c'è una ragione perché la scuola continua a configurarsi come luogo della pena dell'imparare.
E la ragione è che la scuola è nata con la Rivoluzione francese, ispirata dall'Illuminismo cartesiano che privilegiava la regione e questa separava dal corpo, luogo delle passioni. Non a caso Pascal affermava che il cuore ha le sue ragioni che la ragione non può comprendere.
Certamente, la ghiandola pineale[2] non ha funzionato e non funziona, soprattutto nei bambini.
Eppure, sono proprio i bambini assetati di sapere, nati con la fame dell’apprendere, con la innata curiosità dell'imparare.
I bambini apprendono già nel grembo materno con la loro attività esploratoria.
Ma apprendono soprattutto appena nati, toccando tutto colle mani, portando tutto alla bocca, organo sovrano dell'imparare, del conoscere, dell'apprendere come sono fatte le cose del mondo.
Nei primi tre anni di vita, i bambini apprendono un patrimonio immenso di conoscenze e soprattutto acquisiscono la quasi totalità delle competenze che li rendono essere umani: apprendono a prendere gli oggetti ed a manipolarli; apprendono a camminare, a correre, a saltare, a salire ed a scendere le scale; apprendono a comunicare coi più diversi linguaggi, compreso quello verbale, se è vero, come è vero, che a tre anni un bambino ormai possiede un vasto vocabolario e soprattutto la grammatica della lingua.
Nei primi tre anni di vita i bambini apprendono l'aritmetica del contare e la geometria dello spazio bidimensionale e tridimensionale dell’andare avanti, a destra, a sinistra, sopra, sotto; apprendono la geografia del mare, dei fiumi, dei laghi, dei monti, delle pianure; apprendono la storia del loro mattino, del loro ieri, del loro “c’era una volta”! Apprendono la biologia del loro micio, del loro canarino, del loro cagnolino...! Apprendono la botanica dell'erba che calpestano, degli alberi che portano i frutti, dei fiori che raccolgono per regalarli alla mamma!
Apprendono a rompere le bambole ed ogni oggetto che capita sotto le loro mani per vedere come sono fatti...
Scienziati, filosofi, amanti del sapere: studenti!
Eppure, quando vanno a scuola tutto finisce, tutto scompare, tutto cambia.
Non ci sono più i giochi, se non quelli ordinati dalla maestra!
Non più le manipolazioni, non più i movimenti, non più l'universo che si squadra davanti al loro sguardo rivolto ai panorami sconfinati delle terre, dei monti, dei mari, dei cieli azzurri e dei cieli stellati.
Scrive lo psicologo americano M. Resnik: <<Sappiamo che un bimbo impara toccando, mettendo in bocca, esplorando. Ma improvvisamente quando un bambino va scuola, l'imparare diventa uno stare seduti ad ascoltare>>[3].
Il corpo scompare, la cartesiana ghiandola pineale non funziona.
Resta la ragione e con la ragione scompaiono le passioni, i sentimenti, le emozioni.
Nulla desta più meraviglia, stupore, interesse, curiosità.
Imparare è un obbligo, non è più una gioia.
La scuola è una condanna, non più un ambiente per soddisfare le proprie curiosità, per vivere assieme ai compagni la meravigliosa avventura della scoperta del mondo.
Il mondo non interessa più, non desta più meraviglia, stupore, attenzione, interesse, sentimenti, amori.
Chi si è assunta questa responsabilità di distruggere la gioia dell'imparare?
I docenti hanno sentito sempre come loro impegno precipuo, se non esclusivo, lo svolgimento dei programmi, la presentazione e la spiegazione dei contenuti disciplinari, che oggi sono diventati gli obiettivi specifici di apprendimento (OSA) delle singole discipline.
È, questa¸ una tradizione che, come tutte le tradizioni, incontra difficoltà ad essere superata, per porre al centro dell'attività educativa e didattica la piena formazione dei singoli alunni, attraverso l'utilizzo dei contenuti disciplinari.
Si tratta, in effetti, di operare una rivoluzione di centottanta gradi: al centro non più i programmi ma la piena formazione degli alunni, degli alunni che apprendono e si formano[4].
I programmi, oggi Indicazioni nazionali, non sono più il fine ma il mezzo, lo strumento, attraverso il quale si attua la piena formazione dei singoli alunni, intesa come formazione integrale, originale e massimale della loro personalità[5].
Non tanto istruzione, quanto formazione ovvero, se si vuole, istruzione formativa.
Formazione significa acquisizione, non di sole conoscenze, ma anche di capacità e soprattutto di atteggiamenti[6], di motivazioni, di interessi, di amori: l'amore della matematica, l’amore della storia, l’amore della geografia, l'amore della botanica, l’amore della lettura, l'amore della grammatica...
La scuola, consolidato luogo della pena dell'imparare, può diventare il luogo della gioia dell’apprendere?
La scuola può diventare un ambiente di apprendimento, un campo di esperienze matematiche, linguistiche, storiche, geografiche...?
Certamente sì!
A condizione che si superi la concezione ancora presente perfino nelle nuove Indicazioni nazionali che limitano gli apprendimenti alle sole conoscenze ed alle capacità, dimenticando che senza amori non si va da nessuna parte: tutto finisce nel momento in cui le conoscenze e le capacità sono state acquisite.
In un mondo in rapida trasformazione, ciò che importa è l'apprendere per tutto il corso della vita (Lifelong learning) e per continuare ad apprendere oltre i confini della scuola, per tutto il corso della vita, occorre che la scuola coltivi, incrementi, privilegi la maturazione degli atteggiamenti: occorre che la scuola privilegi la formazione dell'intelligenza emotiva, che nella scuola si esprime attraverso il desiderio di imparare, le curiosità matematiche, storiche, scientifiche e, in una parola, attraverso l’amore dell'imparare.
Agli obiettivi specifici di apprendimento relativi alle conoscenze e alla capacità occorre aggiungere gli obiettivi specifici di apprendimento relativi agli atteggiamenti, alle motivazioni, ai sentimenti, agli affetti, agli amori, alle emozioni.
Occorre che la scuola privilegi, ponendolo come sua finalità primaria, l’amore dell'apprendere.
La scuola va vista, non più come il luogo della pena dell’apprendere, ma come il contesto sociale in cui gli alunni, tutti gli alunni vivono l’amore dell’apprendere, la gioia dell'imparare, per crescere, per realizzarsi, per diventare uomini: alunno, da alere, alimentarsi, e quindi crescere (una volta cresciuti, si è diventati adulti).
Solo così l’apprendere non costituisce una pena, una sofferenza, una condanna e soprattutto non finisce al termine dei corsi di studio, ma continua per tutto il corso della vita e assicura una formazione che non è una formazione limitata, ristretta ai singoli saperi disciplinari, ma una formazione integrale che comprende tutte le forme di intelligenze[7], in primis l’intelligenza emotiva[8].
La scuola non può continuare a funzionare come scuola della sola istruzione, secondo la sua impostazione originaria, nata dall'Illuminismo cartesiano che, privilegiando i saperi, la mera razionalità, sottovaluta il corpo, la formazione motoria, la formazione emotivo-affettiva, che oggi costituisce la finalità primaria della piena formazione della persona umana.
La scuola è nata come scuola del sapere, e stenta a divenire la scuola dei saperi: del sapere (conoscenze, nozioni, “retorica delle conclusioni”[9]), del saper fare (capacità, abilità, competenze) e del saper essere (motivazioni, interessi, atteggiamenti) [10].
Occorre compiere anche qui una rivoluzione, un cambiamento radicale, la vera riforma della scuola, che è quella di garantire a tutti i singoli alunni il successo formativo ossia la piena formazione della loro personalità, intesa come formazione integrale, originale e massimale. Al riguardo, è opportuno sottolineare che la formazione integrale implica la formazione di tutte le dimensioni della personalità, in primis della formazione emotivo-affettiva (intelligenza emotiva), sia perché l’amore dell’apprendere deve costituire la finalità educativa primaria da perseguire ai fini dell’equilibrio complessivo della personalità, sia perché senza l’amore dell’apprendere non tutti gli alunni apprendono nella scuola e fuori della scuola per tutto il corso della loro vita.
Occorre che gli alunni apprendano <<la gioia e il gusto di imparare e di fare da sè, perché ne conservi l'abito oltre i confini della scuola, per tutta la vita>> e questa gioia può essere appresa solo se l’attività educativa e didattica risulta sempre fondata su quella che Bruner chiama la volontà di apprendere[11].
La scuola non può limitarsi a far immagazzinare conoscenze, e non può limitarsi nemmeno a far acquisire capacità, ma deve impegnarsi anche a far maturare atteggiamenti, facendosi carico soprattutto della formazione dell’intelligenza emotiva[12].

Note
[1] In merito cfr. HODKIN R.A., La curiosità innata - Nuove prospettive dell'educazione, Armando, Roma, 1978.
[2] Secondo Cartesio la fantomatica ghiandola pineale avrebbe dovuto unire la ragione ed il corpo.
[3] RESNIK M., Da COMPUTER valley, La Repubblica, 11 dicembre 1997, ma anche in DIDATTICA@EDSCUOLA.COM , nel sito: Http://www.edscuola.com/dida.html, rubrica ANTOLOGIA E RECENSIONI.
[4] TENUTA U., La flessibilità della scuola e la centralità degli alunni, Anicia, Roma, 2002.
[5] In merito cfr.: TENUTA, Il Piano dell’offerta formativa ? Moduli e unità didattiche – La programmazione nella scuola dell’autonomia, Anicia, Roma, 2001.
[6] In merito cfr.: Cresson, E., , Insegnare ad apprendere. Verso la società conoscitiva, Libro bianco su istruzione e formazione, Lussemburgo, Commissione Europea. 1995; CAMBI F. (a cura di), Nel conflitto delle emozioni – Prospettive pedagogiche, Armando Editore, Roma, 1999; TENUTA U., I contenuti essenziali per la formazione di base: homo patiens, habilis, sapiens, in Rivista dell’istruzione, Maggioli, Rimini, 1998, N. 5; TENUTA U., Verificare le conoscenze essenziali, ma soprattutto le capacità ed anche gli atteggiamenti, in Rivista dell’istruzione, Maggioli, Rimini, 2002, n. 4; TENUTA U., Atteggiamenti: non solo conoscenze, non solo capacità, Il Dirigente scolastico, ScuolaSNALS, Roma, gennaio 2002; TENUTA U., Conoscenze Capacità Atteggiamenti; TENUTA U., Obiettivi Formativi da Raggiungere; TENUTA U., Obiettivi Formativi e Competenze; TENUTA U., Obiettivi Specifici di Apprendimento; TENUTA U., Obiettivi: come districarsi?; TENUTA U. , Atteggiamenti Capacità Conoscenze, nel sito http://www.edscuola.it/archivio/didattica/index.html; TENUTA U., Atteggiamenti, capacità e conoscenze , in RIVISTA DIGITALE DELLA DIDATTICA: http://www.rivistadidattica.com/
[7] In merito cfr.: GARDNER H, Educare al comprendere, Feltrinelli, Milano, 1994; GARDNER H, Intelligenze multiple, Anabasi, Milano, 1993; GARDNER H., Formae mentis. Saggio sulla pluralità delle intelligenze, Feltrinelli, Milano, 1987.
[8] In merito cfr. GOLEMAN D., Intelligenza emotiva, Rizzoli, Milano, 1997; GOLEMAN D, Lavorare con Intelligenza Emotiva, Rizzoli, Milano, 1999.
[9] SCHWAB J.J., BRANDWEIN P.F., L’insegnamento della scienza, Armando, Roma, 1965
[10] In merito cfr.: TENUTA U. , Atteggiamenti Capacità Conoscenze, nel sito http://www.edscuola.it/archivio/didattica/index.html; TENUTA U., Atteggiamenti, capacità e conoscenze , in RIVISTA DIGITALE DELLA DIDATTICA: http://www.rivistadidattica.com/
[11] BRUNER J. S., Verso una teoria dell’istruzione, Armando, Roma, 1967.
[12] In merito cfr: INTELLIGENZA EMOTIVA (www.intelligenzaemotiva.it)

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GIUGNO 2005

my-City.it - Articoli » Scienze » Nella pancia il secondo cervello dell'uomo articolo del 24/05/2004

Nella pancia il secondo cervello dell’uomo

MILANO - A immaginarlo, nelle viscere, viene da pensare a sembianze mostruose. Stile Alien E invece ciò che la scienza ha battezzato come «secondo cervello» vive sì nel ventre di ciascuno di noi (come Alien, appunto) ma è una sorta di chiave che regola stress, ansia e tensione. Il nostro secondo cervello, quindi, vive nella pancia e svolge «importanti funzioni che si riflettono sull'intero organismo».
Ne è convinto Michael D. Gershon, esperto di anatomia e biologia cellulare della Columbia University, che ha presentato a Milano la «teoria dei due cervelli». «Il nostro secondo cervello vive nella pancia» (Internet) BASI SCIENTIFICHE - «La teoria dei due cervelli poggia su solide basi scientifiche -spiega l'esperto americano Basti pensare che l'intestino, pur avendo solo un decimo dei neuroni del cervello, lavora in modo autonomo, aiuta a fissare i
ricordi legati alle emozioni e ha un ruolo fondamentale nel segnalare gioia e dolore. Insomma, 1’intestino è la sede di un secondo cervello vero e proprio. E non a caso le cellule dell'intestino - aggiunge Gershon - producono il 95% della serotonina, il neurotrasmettitore del benessere» LA RISCOSSA - «A lungo l'intestino è stato considerato una struttura periferica, deputata a svolgere funzioni marginali. Ma la scoperta di attività che implicano un coordinamento a livello emozionale e immunologico ha rivoluzionato questo pensiero - spiega Umberto Solimene dell’Università di Milano, direttore del centro collaboratore Oms per la medicina tradizionale - Nella pancia troviamo infatti tessuto neuronale autonomo». EMOZIONI - L'intestino rilascia serotonina in seguito a stimoli esterni, come immissione di cibo, ma anche suoni o colori. E a input interni: emozioni e abitudini. «Insomma questo neurotrasmettitore è come un direttore d'orchestra, che manovra le leve del movimento intestinale», dice il ricercatore americano, autore di un best seller su «The Second Brain», il secondo cervello. Studi su cavie geneticamente modificate, ma anche in vitro, «hanno dimostrato l'esistenza di un asse pancia-testa». Per Gershon è la prima a dominare, almeno in certi campi. «La quantità di messaggi che il cervello addominale invia a quello centrale è pari al 90% dello scambio totale», sostiene il ricercatore. Per la maggior parte si tratta di messaggi inconsci, che percepiamo solo quando diventano segnali di allarme e scatenano reazioni di malessere.
ESEMPI - Per chiarire il ruolo del cervello intestinale Gershon spiega: «Quanti hanno sperimentato la sensazione delle "farfalle nello stomaco" durante una
conversazione stressante o un esame?». E' solo un esempio delle emozioni «della pancia» come nausea paura ma anche dolore e angoscia. Insomma, nella
pancia c'è un cervello che «assimila e digerisce non solo il cibo, ma anche informazione ed emozioni che arrivano dall'esterno».

Fonte: Corriere della Sera
Articolo Stampato dalle News di my-Cily.it (www.my-city.it) il 22/04/2005

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APRILE 2005

LE CINQUE FASI-CHIAVE DELL’ALLENAMENTO EMOTIVO

FASE N. 1: ESSERE CONSAPEVOLI DELLE EMOZIONI DEL BAMBINO

I nostri studi dimostrano che, per poter sentire quel che i figli sentono, i genitori devono essere consapevoli in primo luogo delle loro stesse emozioni. Ma cosa significa diventare “consapevole delle emozioni”?...
…La consapevolezza emotiva significa soltanto che riconoscete il fatto di “provare” un’emozione, che sapete identificare i vostri sentimenti…

FASE 2: RICONOSCERE NELL’EMOZIONE UN OPPORTUNUTÀ DI INTIMITÀ E DI INSEGNAMENTO

… Per molti genitori, riconoscere nelle emozioni negative dei figli un’occasione per stabilire un legame, per insegnare qualcosa, è un vero sollievo, una liberazione, una gioia. … un bambino ha bisogno dei genitori specialmente quando è triste o arrabbiato o spaventato.

FASE 3: ASCOLTARE CON EMPATIA E CONVALIDARE I SENTIMENTI DEL BAMBINO

… In questo contesto, ascoltare significa molto più che una semplice raccolta dei dati che ci giungono attraverso le orecchie. Gli ascoltatori empatici utilizzano gli occhi per cogliere le prove fisiche dell’emozione del bambini. Usano l’immaginazione per vedere la situazione nella prospettiva del bambino. Usano parole per riflettere , in modo rilassato e non critico su quel che hanno ascoltato e per aiutare i bambini a dare un nome alle loro emozioni. Ma, cosa più importante di tutte, usano i loro cuori per sentire qual che i loro figli sentono.
FASE 4: AIUTARE IL BAMBINO A TRROVARE LE PAROLE PER DEFINIRE LE EMOZIONI CHE PROVA
… Studi specifici indicano che l’atto di dare un nome alle emozioni ha di per sé un effetto rasserenante sul sistema nervoso, e aiuta i ragazzi a ricuperare più in fretta dalle situazioni di turbamento.
FASE 5: PORRE DEI LIMITI, MENTRE SI AIUTA IL BAMBINO A RISOLVERE IL PROBLEMA
Una volta che avrete passato del tempo ad ascoltare vostro figlio e ad aiutarlo a dare un nome e comprendere le sue emozioni, probabilmente, vi troverete naturalmente portati a intraprendere un processo di “soluzione del problema”. Questo processo può avere anch’esso cinque fasi: 1) porre i limiti; 2) identificare gli obiettivi; 3) pensare alle possibili soluzioni; 4) valutare le soluzioni proposte alla luce dei valori familiari; 5) aiutare il bambino a scegliere la soluzione.
… Potete guidare vostro figlio attraverso queste fasi, ma non sorprendetevi se, con l’esperienza, sarà proprio lui a prendere l’iniziativa e a cominciare a risolvere problemi complessi per conto suo.”

J. Gottman – J.Declaire - INTELLIGENZA EMOTIVA PER UN FIGLIO Una guida per i genitori - BUR

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RIFLESSIONI RIDENDO

Chissà se J. Gottman, quando sollecita a “porre limiti”, ha in mente queste MAMME….

Anonimo citato in Andrea Canevaro e Dario Ianes – DALLA PARTE DELL’EDUCAZIONE – Erikson

Ma le nostre madri sono così per costituzione o frequentano dei corsi appostiti per poterci crescere e farci diventare gli adulti di domani?
Ecco un’analisi di come il loro aiuto ci permette di affrontare la vita e capire il mondo che ci circonda.
La mamma è quella che ti insegna a rispettare il lavoro degli altri:
”Se dovete ammazzarvi, fatelo fuori di qui, che ho appena pulito!”
La mamma è quella che ti insegna a pregare:
”Prega Dio che non ti sia caduto sul Tappeto!”
La mamma è quella che ti insegna a rispettare le tempistiche di lavoro:
”Se non pulisci la tua camera entro domenica, ti faccio pulire l’intera casa per un mese!”
La mamma è quella che ti insegna la logica:
”Perché te lo dico io, ecco perché!”
La mamma è quella che ti insegna ad essere previdente:
”Assicurati di avere le mutande pulite, non sia mai che fai un incidente e ti devono visitare!”
La mamma è quella che ti insegna l’ironia:
”Prova a ridere e ti faccio piangere io!”
La mamma è quella che ti insegna la tecnica dell’osmosi:
”Chiudi la bocca e mangia!”
La mamma è quella che ti insegna il contorsionismo:
”Guarda che sei sporco dietro, sul collo!”
La mamma è quella che ti insegna la resistenza:
”Non ti alzi finché non hai finito quello che hai nel piatto!”
La mamma è quella che ti insegna il ciclo della Natura:
”Come ti ho fatto, ti disfo!”
La mamma è quella che ti insegna il comportamento da non tenere:
”Smettila di comportarti come tuo padre!”
La mamma è quella che ti insegna cos’è l’invidia:
”Ci sono milioni di poveri bambini che non hanno genitori meravigliosi come noi!”

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APRILE 2005

The New Science of Happiness,

di Claudia Wallis - Traduzione di Rinaldo Lampis
© 2005 Time Magazine Inc. February 7 2005

Fin dall’inizio, la psicologia si è concentrata verso ciò che debilita la mente: ansia, depressione, neurosi e ossessioni. L’obiettivo dei suoi praticanti è sempre stato quello di condurre i pazienti da uno stato mentale negativo ad uno normale, neutro; oppure, come spiega lo psicologo Martin Seligman dell’Università della Pennsylvania: “Da meno cinque a zero”. Ora la psicologia ha iniziato a studiare ciò che rende la mente felice, notando che un’attitudine mentale positiva può avere un impatto benefico su molte malattie o addirittura scongiurarle.
“Ho scoperto che la mia professione funzionava solo a metà”, spiega Seligman, passato presidente dell’Associazione Americana di Psicologia (APA). “Non è sufficiente eliminare condizioni debilitanti ed arrivare a zero. Abbiamo bisogno di chiederci “Quali sono le condizioni che permettono la fioritura mentale di un essere umano? Come andiamo da zero a più cinque?”
Ogni nuovo presidente, com’era Seligman nel 1988, doveva scegliere un tema di ricerca da esplorare durante l’anno di presidenza. Seligman pensò in grande. Voleva persuadere un sostanzioso numero di colleghi ad esplorare la regione a nord dello zero, per scoprire cosa fa sentire le persone soddisfatte della propria vita e significativamente felici.
La salute mentale, ragionò, dovrebbe essere più che una mancanza di malattie mentali. La mente e lo spirito integro di una persona dovrebbero essere simili ad un corpo fisico vibrante e muscolare.
Da quegli anni, un certo numero di ricercatori è quindi uscito dall’ombroso reame della malattia mentale, nella terra soleggiata della mente positiva e sicura di se. Gli studi del dottor Seligman si sono concentrati sull’ottimismo, una caratteristica associata ad una buona salute fisica, a minori depressioni e malattie mentali in genere, ad una vita più lunga ed ovviamente, ad una maggiore felicità nella vita.

Che cosa ci rende felici?

Che cosa ha scoperto quindi la scienza riguardo alla felicità? Più di quanto ci si possa immaginare – inclusi aspetti sorprendenti su ciò che non ci soddisfa.
Prendi per esempio il denaro e tutte quelle deliziose cose che i soldi possono comprare. Numerose ricerche mostrano che, soddisfatti i bisogni basilari, ulteriori guadagni fanno poco per aumentare il nostro senso di soddisfazione nella vita.
Una buon’educazione? Spiacenti, mamma e papà. Né l’educazione né un alto quoziente d’intelligenza prepara la strada alla felicità.
Giovinezza? Neanche. In realtà, le persone anziane sono consistentemente più soddisfatte della loro vita di quanto lo siano i giovani. Per di più sono meno preda della depressione: uno studio recente del CDC (Center for Desease Control) di Atlanta ha rilevato che i giovani tra i 20 e i 24 anni sono tristi per una media di 3,4 giorni al mese, mentre gli anziani tra i 65 e i 74 anni lo sono solo in media 2,3 giorni.
Il matrimonio? La figura si complica: gli sposati sono più felici dei single, ma ciò potrebbe essere spiegato dal fatto che le persone erano già più felici.
Guardare la TV? Per niente. Persone che guardano la televisione più di tre ore al giorno – specialmente le soap opera – sono meno felici di quelle che passano meno tempo di fronte allo schermo.
Sul lato positivo, avere qualche forma di fede religiosa sembra sollevare genuinamente lo spirito. Avere amicizie? Un sì deciso. Una ricerca su studenti con forti legami verso amici e parenti ha mostrato anche il minor livello di depressione e i livelli più alti di felicità.
Ruut Veenhoven, professore di studi sulla felicità all’università Erasmus di Rotterdam, Olanda, è il webmaster di www2.eur.nl/fsw/research/happiness, il maggiore compendio internet delle ricerche sulla felicità condotte nel mondo.
Dopo aver lavorato per 25 anni in questo campo, Veenhoven è giunto alla conclusione che un modo di definire la felicità sia “quanto ti piaccia la vita che stai vivendo. La gente può vivere in paradiso ed essere infelice perché fa un gran caos della propria vita”.

Comportamenti che aumentano la felicità

Ci sono numerose maniere per aumentare il livello di felicità personale. All’Università della California, la psicologa Sonja Lyubomirsky usa il “giornale della gratitudine”, un diario in cui i soggetti elencano aspetti della propria esistenza verso i quali sono grati. La studiosa ha scoperto che, facendo una lista simile una volta alla settimana, aumenta in modo significativo in un periodo di sei settimane il livello di soddisfazione generale; mentre un gruppo di controllo che non ha usato il diario non ha mostrato nessun cambiamento.
Gli esercizi di gratitudine possono più che migliorare il proprio umore. Robert Emmons, un altro psicologo della stessa Università ha scoperto che il metodo migliora la salute fisica, aumenta il livello d’energia e, nei pazienti affetti da malattie neuromuscolari, abbassa il dolore e la fatica.
Un altro metodo per aumentare il livello di felicità è praticare atti d’altruismo o di gentilezza. Visitare una casa per anziani, aiutare un bambino nei compiti di casa, tagliare l’erba ad un vicino, scrivere una lettera ad un parente. Fare cinque atti di gentilezza alla settimana, specialmente se fatti tutti lo stesso giorno, aumentò in modo considerevole il livello di felicità ai soggetti studiati dalla Lyubormirsky.
Il modo migliore per aumentare la propria gioia, ha dichiarato lo psicologo Seligman, è fare una “visita di gratitudine”. Ciò significa scrivere una lettera di ringraziamento ad un insegnante o un parente o un sacerdote – ognuno verso il quale hai un debito di gratitudine – e quindi visitare quella persona e leggerle la tua lettera. “L’aspetto straordinario – dice Seligman – è che le persone che fanno questo anche una sola volta sono significativamente più felici e meno depressi anche un mese dopo”. Il valore di connettersi con altre persone sembra essere la scoperta più fondamentale della scienza della felicità.
La biologia della Gioia
Richard Davidson, professore di psicologia e psichiatria all’Università del Wisconsin, ha scoperto cinque anni fa che la meditazione profonda causa una marcata attività elettrica in certe parti del cervello. Il significato della scoperta, riportata in una ricerca pubblicata nell’autunno del 2004 nei Proceedings of the National Academy of Science, sta nel fatto che ora la felicità non può più essere descritta come una vaga sensazione, ma è uno stato fisico del cervello, una condizione che può essere indotta deliberatamente.
Questo non è tutto. Come i ricercatori iniziano a comprendere le caratteristiche fisiche di un cervello felice, cominciano anche a comprendere che esso hanno una potente influenza sul resto del corpo. Ad esempio, persone classificate nei test psicologici come appartenenti a livelli elevati di felicità, producono circa 50% di antibodi in più della media in responso ad un vaccino antinfluenzale. “l’aumento – dice Davidson – è sostanziale”. Altri ricercatori hanno scoperto che la felicità o stati mentali simili, come speranza, ottimismo e contentezza, sembrano ridurre il rischio o limitare la severità di malattie cardiovascolari e polmonari, il diabete, l’ipertensione, i raffreddori e le infezioni delle vie respiratorie. Secondo uno studio olandese su persone anziane durato nove anni, stati mentali positivi hanno diminuito il rischio di morte negli individui del 50%.
Ha senso che ci sia un collegamento tra l’attitudine mentale e lo stato di salute. I medici sanno da tempo che la depressione clinica – l’estremo opposto della felicità – può peggiorare le malattie di cuore, il diabete ed una lunga lista di altre malattie. Ma la neurochimica della depressione è conosciuta molto meglio di quella della felicità, perché la prima è stata studiata più intensamente e più a lungo della seconda. Fino a circa un decennio fa, dice il dottor Keltner, psicologo all’Università della California, “il 90% degli studi sulle emozioni erano focalizzati sull’aspetto negativo. Così ora abbiamo tutte quelle domande interessanti sugli stati positivi della mente”.
Un numero crescente di ricercatori che esplora la fisiologia e la neurologia della felicità comincia a rispondere a quelle domande. Forse la più fondamentale è cosa sia la felicità in un senso clinico.
La parola felicità, osserva Davidson “è un’area che include una costellazione di stati positivi emotivi. E’ uno stato di benessere dove gl’individui tipicamente non sono motivati a cambiare il loro stato. Sono motivati a preservarlo. E’ associato ad un’attiva accettazione del mondo, ma le sue precise caratteristiche e confini devono ancora essere definiti dalla ricerca scientifica”.
Ma le persone possono dire al ricercatore quando si sentono felici, e due tecnologie che producono la mappatura del cervello – fMRI, che monitora i flussi di sangue nel cervello e l’elettroencefalogramma, che misura l’attività elettrica dei circuiti neuronali – indicano con insistenza che la sede della felicità è nella corteccia prefrontale sinistra.

Felicità e salute
Come i genitori sanno istintivamente, certi bambini sembrano essere nati felici. Ma i neuroscienziati hanno anche imparato che il cervello è altamente malleabile. Sembra riformattarsi a seconda dell’esperienza vissuta, specialmente fino alla pubertà. Si potrebbe ingenuamente ipotizzare che le esperienze negative possano distruggere una personalità felice. Effettivamente, se sono estreme e frequenti, ciò è possibile. Ma Davidson ha notato che una piccola o moderata quantità di esperienze negative è invece positiva (in studi sugli animali, ha paragonato gruppi che avevano subito stress di entità moderata in giovane età ad altri che ne erano stati immuni e ha osservato che i primi si riprendevano meglio dalle situazioni difficili, una volta adulti). Secondo Davidson, il motivo è che con gli eventi dolorosi ci alleniamo a respingere le emozioni sgradevoli: è come un esercizio per rafforzare i “muscoli della felicità” o un vaccino contro la malinconia.
Capire la neurofisiologia dello stare bene è una cosa; un'altra è comprendere in che modo le emozioni positive influiscono sul resto del corpo. Come per gli studi sul cervello, la parola felicità è troppo vasta per un approccio rigoroso e così i ricercatori tendono a concentrare la loro attenzione su aspetti specifici.
Laura Kubzansky, psicologa di Harvard, ha scelto di studiare l'ottimismo. In un vasto studio ha seguito 1.300 uomini per 10 anni e ha osservato che le percentuali di cardiopatie insorte in quelli che si autodefinivano ottimisti erano dimezzate rispetto a quelle di coloro che non si definivano felici. «L'effetto si è rivelato molto più evidente di quanto ci aspettassimo» sostiene la studiosa, radicale come la differenza tra fumatori e non fumatori. «Abbiamo osservato anche la funzione polmonare, poiché una funzione polmonare scarsa è un buon indicatore di tutta una serie di esiti infausti, tra cui morte prematura, malattia cardiovascolare e malattia polmonare cronica ostruttiva». Anche lì gli ottimisti stavano decisamente meglio. «Io sono un'ottimista» afferma Kubzansky «ma non mi aspettavo simili risultati».
In una serie di esperimenti iniziati nel 1998, lo psicologo Robert Emmons dell'Università della California di Davis ha trovato altre prove del fatto che le persone felici si mantengono meglio in salute. Emmons ha suddiviso in modo del tutto casuale mille adulti in tre gruppi; al primo è stato chiesto di tenere un diario quotidiano dei propri stati d'animo; i soggetti del secondo gruppo tenevano un diario nel quale annotavano le cose che li avevano irritati o infastiditi di più durante il giorno. Il terzo gruppo scriveva un diario dove vi annotava ogni giorno le cose per cui le persone si sentivano grate. Nonostante la suddivisione casuale dei gruppi, l'ultimo non soltanto ha registrato un netto miglioramento rispetto agli altri gruppi in termini di benessere generico, ma faceva più esercizi fisici e si prendeva più cura della propria salute.
In generale, il gruppo della “gratitudine” si comportava in modo da garantirsi uno stato di salute migliore. “In breve, tenere il diario ha contribuito al benessere fisico ed emotivo di quelle persone. La gente che si sente piena di gratitudine tende a percepire il proprio corpo in un certo modo”, dice Emmons. “Sente la vita come un dono; la salute come un dono. E così vuole fare qualcosa per conservarlo”.

© 2005 Time Magazine Inc. February 7 2005

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